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Lettere e opinioni

24 comments on “Lettere e opinioni

  1. La redazione on said:

    Per chi parla e perché parla Papa Francesco

    Mi riferisco in maniera particolare alla esortazione apostolica Evangelii gaudium dove Papa Francesco affronta, tra i tanti, due temi di fondamentale importanza: l’uno riguarda la nuova evangelizzazione oggi, ed è rivolta in maniera particolare alla Chiesa, sia ai fedeli che ai vescovi, preti, operatori pastorali; l’altro riguarda le condizioni sociali del popolo, anche cristiano, in questo nostro tempo. M’interessa ora questa seconda parte, in cui il Papa ha affrontato i non facili problemi socio-economici del nostro tempo, con analisi almeno un po’ fuori del comune rispetto ad altri interventi di Papi dei tempi passati. Basti pensare al linguaggio tranciante usato, senza mezze misure: “No a una economia dell’esclusione! No alla nuova idolatria del denaro! No a un denaro che governa anziché servire! No all’inequità che genera violenza!” (nn. 53-60). O anche ai corrispettivi “dà fastidio” del n. 203: dà fastidio che si parli di etica, dà fastidio che si parli di distribuzione dei beni, dà fastidio che si parli di solidarietà mondiale, dà fastidio che si parli della dignità dei deboli, dà fastidio che si parli di un Dio che esige impegno per la giustizia! (n. 203)… e via con altrettante valutazioni che non sono “a effetto”, ma descrivono con efficacia l’inequità di certi comportamenti da parte dei (pochi) signori del denaro a livello mondiale, che condizionano però la vita di ogni popolo e di tutti i popoli. Dice chiaramente Papa Francesco: “Finché non si risolveranno radicalmente i problemi dei poveri, rinunciando all’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e aggredendo le cause strutturali della inequità, non si risolveranno i problemi del mondo e in definitiva nessun problema. L’inequità è la radice dei mali sociali” (n. 202). I politici hanno mostrato a sufficienza la loro incapacità di ridimensionare questo assillo del produrre al massimo per consumare al massimo. Detto così, semplicemente, sembrerebbe la cosa più ovvia. Si dimentica però, o forse non si sa, che a produrre sono ormai anche le macchine, e l’uomo deve per lo più solo controllarle. Si è generato, quindi, quel trend duale del produrre molto per guadagnare molto, impegnando tutti, almeno nei Paesi sviluppati, a consumare assai, spendendo anche al di sopra delle proprie possibilità. D’altra parte, questo scenario di crisi, dicono gli esperti, è destinato a svilupparsi con lo sviluppo dei computer, “che ci estrometteranno da molte delle occupazioni finora svolte dall’uomo, e a una velocità superiore a quella con cui si creano occupazioni nuove per gli esseri umani” (sto citando da un articolo di Avvenire, ottimo quotidiano cattolico, dal titolo “Macchine e lavoro: avevano ragione i luddisti?”, 27 febbraio 2014). Dovremmo perciò “lavorare meno, tutti” . Mi scuso per questa sorta di blasfemia sindacale, ma l’ha scritta qualche tempo fa il prof. Nicola Costantino, rettore del Politecnico di Bari e ingegnere esperto di economia gestionale, in un lungo articolo su Rocca, noto e apprezzato quindicinale della Pro Civitate Christiana di Assisi (16 settembre 2013). E infine, provocati dalle tante devastazioni procurate da cataclismi ambientali dell’inverno appena trascorso, dovremmo pensare seriamente alla custodia dell’ambiente, come chiede Papa Francesco (n. 215), tornando alla ‘demonizzata’ agricoltura e, per analogia di situazioni, all’artigianato nelle sue varie forme: attività in cui è possibile unire cultura e abilità manuali, oggi sottovalutate per una malintesa promozione sociale e umana, ma capacissime di produrre onestamente gratificazioni e guadagni. Le situazioni obiettive di precarietà ora denunciate, che gonfiano i consumi con guadagni pur essi gonfiati, costringono a riflettere se non ci siano altri modi di produrre e di consumare, almeno relativamente alle piccole unità delle famiglie. In effetti, ci sono altri percorsi di risparmio che fanno capo alla tradizionale “economia di comunione” basata sul valori-principi relazionali di solidarietà e di sussidiarietà interfamiliare, che portò in antico alle forme volontaristiche di aiuto fraternale (alludo alle fraternite medievali), poi negli ultimi due secoli anche a forme più specifiche di aiuto promozionale specializzato, come istituti di credito – casse di risparmio. Papa Benedetto XVI, già nei giorni in cui si preannunziava l’attuale crisi economico-sociale, ripropose tali percorsi nella sua enciclica Caritas in veritate del 2009, pubblicata nel 40° anniversario della Populorum progressio di Paolo VI (1967). Fu una sorta di Rerum novarum per i nostri tempi, preparata e divulgata in particolare da studiosi di sociologia cristiana (prof. Zamagni e la sua scuola), che affrontava anche lo spinoso problema della finanza, auspicando che “dopo il suo cattivo utilizzo, che ha danneggiato l’economia reale, torni a essere uno strumento finalizzato alla miglior produzione di ricchezza e allo sviluppo” (Caritas in veritate, 65).

    † Giuseppe Chiaretti
    Arcivescovo emerito di Perugia – Città della Pieve

  2. Andrea on said:

    BESTEMMIE SUL LAVORO? SI DEVE!
    Caro direttore, qualche giorno fa ho scoperto con tanto stupore e altrettanta amarezza che per farsi intendere dai colleghi, è necessario adirarsi e bestemmiare mediamente ogni 3 parole. Il mio capo mi ha detto che se non farò così, nessuno mi ascolterà. Mentre mi diceva questo, osservando l’espressione del suo viso, ho capito che non era uno scherzo: era serio e arrabbiato. Quando ha aggiunto che tale “dottrina” è benedetta pure dall’amministratore della società, ho visto la soglia del baratro. Ripensando a Machiavelli, quando accusò Savonarola di reggere la repubblica a suon di Pater Noster, ho intuito che c’ è chi pensa di reggere le aziende e il lavoro, a suon di bestemmie. Non so se aggiungere altro, in certe occasioni i fatti parlano da soli. Ma come può essere? Cosa può nascere veramente da un comportamento come questo? Il mondo del lavoro è già compromesso per mille motivi. Le aziende faticano a sopravvivere e ai lavoratori, già terrorizzati dall’idea di perdere il proprio posto, cosa rimane ? Cosa rimane se i rapporti umani si consumano a suon di strilli e insulti? Nei momenti di maggior crisi si dovrebbe puntare alla solidarietà, cercando di ridurre i tanti attriti che la vita lavorativa provoca di sua natura. Invece no, al contrario. Tutti contro tutti. A questo punto però è in gioco, oltre alla dignità, anche la speranza. Facendo mie le parole del Santo Padre di qualche giorno fa: “Non lasciatevi rubare la speranza, battetevi per gli ideali giusti”, è arrivato il momento di dire basta. Non è possibile rinunciare ad essere uomini e umani alimentando di odio la società. È una prospettiva infernale.

  3. Andrea on said:

    Carissimo direttore,
    qualche giorno fa ho ascoltato le parole di alcune signore riunite in protesta contro la violazione dei diritti delle donne. In particolar modo si faceva riferimento alla situazione della Turchia. Fin qui tutto molto bello. Poi, come avviene da diversi anni in politica (le signore si sono dichiarate tutte militanti di S.E.L.), vicino ai nobili presupposti, si celano altri scopi. Paragonare la rivendicazione dei diritti delle donne in quei paesi dove la violenza contro le donne è una regola, al diritto di abortire, puntando il dito contro i medici obiettori di coscienza, non è accettabile. Non è logico protestare contro la violenza subita dalle donne, rivendicando il diritto delle donne di fare violenza ad una vita destinata a nascere. L’obiezione di coscienza dei medici non è una forma di violenza nei confronti delle donne. È paradossale sentire tanto fervore e tanta passione verso i diritti negati alla vita, rivendicando allo stesso tempo il diritto di porre fine ad un’altra vita: quella di un figlio portato nel grembo. La logica e l’onestà intellettuale impongono altre riflessioni.

  4. Giacomo Mancini - Terni on said:

    Province e Regioni: una proposta alternativa

    Su La Voce del 28 settembre, a pag. 4, in un articolo inerente il dibattito sull’abolizione delle Province che – a Terni – tanto ci riguarda, è stata riportata la proposta del presidente della Provincia di Perugia M. V. Guasticchi, indicata come “Italia Mediana”. Tale proposta immagina un unico centro Italia formato da Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche e Lazio. Io non so se l’individuazione geografica, così come specificata, possa concretamente corrispondere al “centro Italia” (anche perché, a mio giudizio, mancherebbe l’Abruzzo) e non so nemmeno se le popolazioni interessate sarebbero tutte favorevoli a questa innovazione: penso soprattutto all’Emilia-Romagna, a parte della Toscana e parte delle Marche. Tuttavia, come disegno preliminare, sono rimasto colpito in senso molto favorevole; è da tempo infatti che mi chiedo che ci stiano a fare 20 Regioni in un Paese che, oggigiorno, si può attraversare in una sola giornata da Nord a Sud. Si vogliono abolire più della metà delle Province, e tale volontà politica ha le sue logiche motivazioni economiche (a parte che, fino a pochi anni fa, le Province si sono addirittura incrementate!), ma non sarebbe più giusto abolire invece le Regioni? Il cittadino, dopo il proprio Comune, “sente” il territorio provinciale come ambito territoriale che conosce e culturalmente gli appartiene, non fosse altro per l’aspetto dell’idioma dialettale. L’appartenenza invece alla Regione è più imposta e formale che altro: non so, di fatto, quanto si considerino sulla stessa barca un cittadino di Narni e uno di Città di Castello, e quanto abbia in comune Orvieto con Terni, nella cui attuale circoscrizione provinciale ricade. Ritengo che lo stesso discorso si possa fare, ad esempio, pure per Pesaro e Ascoli Piceno, o fra Viterbo e Latina. Le Regioni esistenti sono geograficamente definite con confini che sarebbero potuti essere anche diversi da quelli che sono. Credo quindi che le Province, piuttosto che rischiare l’abolizione, dovrebbero essere valorizzate, e che al posto delle 20 Regioni attuali basterebbe suddividere il Paese in 5 macroaree territoriali: il Nord-Est, il Nord-Ovest, il Centro, il Sud-Est e il Sud-Ovest; sette macroregioni in tutto, comprese le 2 isole, all’interno delle quali ogni Provincia dovrebbe trovare la propria distinta posizione di sviluppo e di importanza. Il criterio per individuare le giurisdizioni provinciali, da rivedere, dovrebbe essere quello di cercare di uniformare il più possibile l’appartenenza della popolazione a dei territori rappresentativi dei cittadini medesimi, con riferimento a concetti storici, geografici, culturali ed anche linguistici. Il tutto, inoltre, in conformità al tanto auspicato federalismo fiscale, ferma restando – ovviamente – l’unità nazionale.

    • Marco Vinicio Guasticchi - Presidente Provincia Pg on said:

      “Salvare” le Regioni o le Province?

      Rispondendo a Giacomo Mancini per un lato sento di riconfermare l’azione in favore della grande area dell’Italia Mediana (dalla Toscana all’Umbria alle Marche fino al Lazio) che dall’inizio del mio mandato sto tessendo con il consenso delle Province limitrofe; e su un altro versante, facendo tesoro degli avvenimenti recenti e di quelli in corso, ritengo di poter precisare ancora meglio la portata di quella che dovrebbe essere la ridistribuzione di ruoli e di poteri di Comuni, Province e Regioni all’interno di una riforma autentica, operata senza bisturi, dei livelli di governo locali. Se una cosa l’attività più recente del governo Monti ci ha permesso di capire è l’esatta individuazione, nelle Regioni, dei concreti punti dolenti della spesa in termini di servizi e di funzioni. Al contrario, nei confonti delle Province il Governo è rimasto attardato in una generica confutazione della loro esistenza, basata su vistosi pregiudizi e sulla ricerca demagogica di un consenso basato sulla disinformazione. Verso i Comuni, l’attenzione dell’Esecutivo è in qualche modo vigile verso le grandi realtà, mentre con i piccoli Comuni ostenta indifferenza. Se fossimo dei matematici puri, non ci sarebbe che da ricavarne un prezioso teorema, in base al quale verrebbe agevolmente dimostrato che la riaggregazione per grandi aree del territorio italiano, partendo da costi politici sui quali si devono produrre fortissimi risparmi, comporta poi investimenti culturali, ed è proiettata su uno sviluppo delle funzioni esercitabili dagli enti che riporta i servizi erogati alla capacità, da parte delle rispettive strutture burocratico-amministrative, di inquadrare, letteralmente, i bisogni delle comunità amministrate. Questo è il criterio da far valere, perché è grazie ad esso che si coglie come la Provincia focalizza le esigenze su area vasta dei Comuni come alla Regione, per la sua natura istituzionale, non sarà mai possibile fare, cioè nella forma strettamente legata alle appartenenze culturali provenienti direttamente dal livello comunale di estrinsecazione. E questa funzionalità ha un indubbio riscontro sul piano economico, della diversificazione della spesa e della sua ottimizzazione. Solo se si avrà la possibilità di ripartire da questo livello, del resto, si potrà procedere verso quella dimensione dell’Italia Mediana dalla quale siamo partiti. Indipendentemente dalla sua composizione (Mancini fa il nome anche dell’Abruzzo e, ovviamente, il dibattito è aperto), è qui importante riaffermare che essa potrà essere realizzata nella misura in cui parteciperanno alla sua definizione tutti i livelli interessati, dal più piccolo dei Comuni alla più estesa area metropolitana. Passando, però, dal nodo cruciale dell’esistenza irrinunciabile del livello provinciale, anche se opportunamente – e non con un bisturi – riformato. Alla Regione, allora, non resterebbe che risarcire la Provincia del debito contratto allorché, soprattutto negli anni Sessanta del secolo scorso, l’ente intermedio, anche in Umbria, tirò una lunga volata alla costituzione delle Regioni. Basterebbe, per ottenere questo risultato, un’attenzione tesa a focalizzare, dal punto di vista del governo regionale, i valori culturali e le dinamiche economiche che la Provincia, con una adeguata trasmissione di deleghe, può garantire.

      • Il Direttore on said:

        Ringrazio il presidente Guasticchi per il suo intervento, che offriamo ai lettori per un approfondimento del dibattito, sul quale non mi pare che vi siano larghe convergenze, né fondate ragioni storiche e culturali. Personalmente penso che il territorio sia una cosa talmente importante che non si possa trattare come un oggetto qualunque da manipolare a piacere, e che l’economia – riportatata al suo normale valore e alla sua funzione – non debba essere unica ragione e criterio di scelte politiche e amministrative.

        • klement on said:

          Se gli enti territoriali sono inutili, e dall’altra parte si brontola che ci sono troppi parlamentari, allora finiremo per svuotare quell’Aula sorda e grigia in modo da affittarla come bivacco per manipoli. Sembra la cura per tutti i mali sia l’amputazione o l’eutanasia.
          Neppure al Congresso di Vienna si è pensato di costruire i territori misurandoli con un righello. Se proprio si vuole stravolgere la geografia e non solo l’ordinamento istituzionali, allora eliminiamo le province nate dal 1990 in poi (sono 15), così torniamo a una situazione collaudata da molti decenni, senza l’obiezione che non si può cancellare la storia o che i territori hanno tutti una loro specificità. Sarà meglio Prato con Firenze piuttosto che Pisa con Livorno

  5. Andrea on said:

    Negli ambienti di lavoro, l’etica va lasciata da parte ? Quando i rapporti tra le persone, negli uffici come nelle fabbriche, sono in continua tensione, tali da sconfinare nella maleducazione e nelle offese, si può far finta di nulla ? Oggigiorno si sente parlare di mobbing, sfruttamento e lavoro nero, ma nessuno però dice che affianco a queste piaghe, ci sono persone che subiscono offese, vittime di incomprensioni e magari costrette a tollerare un’ambiente in cui si bestemmia. Tutto questo accade quasi sempre in silenzio. Dietro ad ogni silenzio però, si nasconde tanta sofferenza, che talvolta può degenerare in gesti ed atti perfino pericolosi per la vita. Un ex professore universitario, scriveva: “ho smesso di dedicarmi alla gestione delle risorse umane, per dedicarmi alla gestione umana delle risorse”. Nelle realtà lavorative (ma anche dentro le mura domestiche) è necessario ri-mettere l’uomo prima di tutto. Chi amministra un’azienda ha il dovere di vigilare anche su questo e di intervenire qualora sia necessario. Riprendere in modo volgare e feroce i propri collaboratori in presenza di estranei, alzare la voce fino ad arrivare all’offesa, imprecare il nome di Dio ad alta voce, o peggio ancora ignorare con il silenzio le richieste di aiuto, non fa senz’altro bene al lavoro. I tempi odierni sono particolarmente duri e la tensione sociale è altissima. Proprio in questi momenti bisogna ricercare e far leva su ciò che ci unisce e non quello che ci divide. Per cambiare le cose in meglio, occorre coesione e rispetto delle regole. L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro, dice il primo articolo della Costituzione. Se riusciamo a renderlo migliore (quel poco che ne rimane), abbiamo buone possibilità di migliorare anche il nostro Paese.

  6. Direttore di coro on said:

    Carissimo direttore, mi permetto di approfittare della sua attenzione per uno sfogo personale. Molto modestamente, sono come lei un direttore, di coro però, e svolgo questo bellissimo compito da quasi vent’anni. Per pura passione. Non lo faccio né per mestiere né per soldi, pur avendo studiato tanto tempo organo e direzione corale. Fatta questa piccola e doverosa presentazione, vorrei esprimere il mio pensiero riguardo alla musica durante la Liturgia. La mie esternazioni però, non sono l’ennesimo attacco alle chitarre o ai canti sciatti, dove ci sarebbe comunque tanto dire. Sento il dovere invece di puntare il dito su una cosa, a mio avviso, ben più grave. Dov’è finita l’umiltà ? Dicendo così mi riferisco alle continue “lotte” tra musicisti di Chiesa. Ognuno di noi (mi ci metto pure io), ritiene che il proprio modo di proporre la musica durante la Santa Messa, sia il modo corretto. Ognuno di noi ritiene di avere il monopolio della verità: è giusto e vero quello che propongo io, sono gli altri a non fare quello che dice il Concilio Vaticano II. Partendo da questo assunto, diventa difficile immaginare una comunità di musicisti che usa la musica per lodare nostro Signore. Diventa difficile credere che il proprio io, rappresenti il pensiero della Chiesa. In tali circostanze è invece evidente la schiavitù dettata dai propri epistemi, dalle proprie griglie mentali e dalle proprie dottrine. Quando un musicista, professionista o dilettante che sia, decide di animare musicalmente la Liturgia, tutto dovrebbe trasparire tranne il proprio ego. Succede invece che più il musicista è preparato, più è intollerante verso gli altri stili. Non penso che questo sia il modo di arricchire i fedeli accompagnandoli con il canto alla lode. Non penso che Nostro Signore di sdegni difronte ad gruppo di ragazzi che cantano al suono di una chitarra e che al contrario benedica solamente chi canta in gregoriano. Se alla base di tutto c’è l’umiltà e lo spirito di mettere al servizio dei fedeli il proprio talento, tutto funziona a mio avviso. Se invece l’unico spirito che traspare è quello di imporre la propria verità come “Verità della Chiesa”, sarebbe più opportuno farsi da parte e tornare al catechismo.

    Lettera firmata

    • La redazione on said:

      Caro Direttore, il tema suggerisce molte riflessioni e suscita una necessaria e approfondita ricerca, sempre in atto e sempre nuova, a partire dall’antico canto ebraico e poi gregoriano fino a Frisina e autori contemporanei. Come lei bene afferma, al fondo di tutto c’è l’umiltà e il buon senso, e un minimo di spirito liturgico, per non fare lotte ma imparare gli uni dagli altri e farsi aiutare da chi ha competenze e professionaltà specifiche. Che in Umbria non mancano, a partire dalla Scuola diocesana di musica “Frescobaldi” di Perugia. Si deve anche dire che la Chiesa italiana ha già dato indicazioni pubblicando un Repertorio di canti per la liturgia.

      • Direttore di coro on said:

        Carissimo direttore, grazie per la sua risposta.
        Sicuramente l’Istituto Diocesano di Musica Sacra G. Frescobaldi (del quale sono stato studente per molti anni), rappresenta nel nostro territorio l’autorità più competente per l’educazione musicale nella liturgia. Il problema però è che tale autorevolezza, non è riconosciuta dal clero. Quanti sono i parroci che mandano a studiare all’Istituto i giovani musicisti che animano musicalmente la Santa Messa?
        Mi chiedo, inoltre, quanti sono i sacerdoti che in seminario ricevono la giusta formazione liturgico-musicale? Ascoltando i brani che vengono eseguiti durante la S. Messa, in alcune parrocchie della nostra Arcidiocesi, emerge che non ci sono né animatori né tantomeno presbiteri formati a dovere.
        In occasione dei 50 anni dal Concilio Vaticano II, credo sia corretto ritornare sopra a questo tema, magari con un’iniziativa diocesana guidata dallo stesso Vescovo e resa operativa dall’Istituto Frescobaldi.

  7. Rino Fruttini on said:

    L’intervento:SMART CITY”: una formula per il rilancio del centro storico di Perugia?

    Alcune settimane or sono il ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca (MIUR) prof. Francesco Profumo alla Sala dei Notari, gremita di addetti ai lavori ed anche, sorprendentemente , di curiosi verso l’innovazione, ha presentato il nuovo bando di “Ricerca industriale e sviluppo sperimentale “, finalizzato al miglioramento della qualità di vita cittadina negli agglomerati urbani.

    Smart cities and communities” : non solo sul piano della denominazione anglofona, a prima vista il bando sembra un oggetto misterioso, con una definizione criptica. Ma, con un solo aggettivo: “intelligente”, si può trovare una soluzione all’arcana formula.

    Il bando, di interesse nazionale, stanzia ben 655 milioni di euro per il conseguimento di obiettivi come il miglioramento della qualità dell’aria, dell’acqua, o la razionalizzazione dei trasporti urbani, o le economie nell’uso dell’energia, od un salto di qualità nella raccolta differenziata dei residui solidi urbani. “Smart City” significa anche l’ottimizzazione dell’efficienza della governance sia della Pubblica Amministrazione che della Giustizia che della Scuola e comunque dei servizi pubblici in generale. “Smart City” significa anche perseguire un’organizzazione di servizi ai cittadini, nella loro età di anziani , o nella loro contingenza di malattie, o nei loro impedimenti di handicap o di assistenza di asili alle madri lavoratrici.

    In una città come Perugia , a mio modesto parere, un progetto di “smart city” deve far perno su un’idea forza che, in una rivisitazione critica del centro storico, valorizzando la sua originaria “destinazione d’uso” e vocazione che riguarda una comunità integrata in diversi assets di vita associativa, per una equilibratura di ruoli: residenti, studenti delle due università, operatori economici (artigiani, commercianti, burocrati della P.A.), turisti.

    Una smart city per il centro storico di Perugia deve farsi carico di riapprezzarne e riadeguarne strutture e infrastrutture verso un’implementazione equilibrata delle sue rilevanti risorse monumentali, patrimoniali, paesistiche e antropologiche.
    Dobbiamo domandarci perché i residenti nell’ambito delle antiche mura etrusche si siano ridotti a poco più di 1.500 e quelli dell’area compresa nelle cinque porte medioevali (porta San Pietro, Porta sole, Porta sant’angelo, Porta Eburnea, Porta Santa Susanna) da 50.000 che erano non oltre 40 anni ora siano poco più di 8.000.

    Dobbiamo inoltre reagire alle invasioni di “decine di migliaia di consumatori di eventi” che impattano su un antico ma suggestivo borgo medievale che poggia su vestigia etrusche, ma con propaggini architettoniche, di pregio verso il rinascimento dei papi del 500-600 e delle famiglie perugine ad essi contigue

    Ma altresì è necessario prefigurare un centro storico come la smart city oggi ce lo fa immaginare: vicoli e strade dei borghi animate da attività artigianali-commerciali per una qualità della vita, cadenzata da appuntamenti e impegni del vivere quotidiano, alternata da “eventi” governati dal buon senso delle dimensioni dell’accoglienza e della gratificazione verso l’incoming del turismo e dello shopping; organizzata verso una proposta “marketing oriented” di prodotti e servizi che solo con un distretto dell’offerta innovativa, “sui generis”,del sistema moda, dell’arredamento, dell’agroalimentare nel centro storico può insediarsi, consolidarsi e prosperare .

    La smart city è una buona occasione per rendere il centro storico di Perugia più”intelligente” verso le sue potenzialità globali, finora inespresse, diffuse a tutto il “centro storico delle 5 porte” e verso una consapevolezza di quanto sia errato contingentarlo a mera area espositiva o di sagra paesana del cioccolato , delimitata da un “grande “ e importante spazio, seppure angusto nelle dimensioni poiché non “vocato” a mere esigenze commerciali, come quello che insiste sull’antico Colle Landone e lambisce il Colle del Sole , ovvero Piazza IV Novembre – Corso Vannucci -Piazza Italia .

  8. Mauro Cozzari on said:

    Era oltre la mezzanotte di ieri notte. Difficoltà ad addormentarmi. Zapping compulsivo.
    Mi imbatto su di un programma di RAI TRE: il tema la DOLCE MORTE.

    Non si trattava di casi propriamente definibili di fine vita, era il racconto di persone che in presenza di mali non curabili, sceglievano la strada del SUICIDIO ASSISTITO (anche di coppia, SI, coniugi di cui uno malato e l’altro no che insieme sceglievano di farla finita). Il tutto rappresentato in un clima di “pseudo serenità”.

    Mi chiedo quanto sia moralmente lecito, oltre che eticamente accettabile che un “servizio pubblico” di un Paese come l’Italia (in cui l’istigazione al suicidio è REATO), possa mandare in onda servizi di questo genere.
    Mi rendo conto come la cultura della SPERANZA e della VITA, sia oggetto di un attacco spietato da parte della cultura della MORTE, in cui il male viene ammannito con una tale banalità, da apparire assolutamente normale, ordinario, legittimo, lecito.

    LA BANALITA’ DI UN MALE che non si manifesta più attraverso fenomeni platealmente drammatici, ma che serpeggia condizionando le menti delle persone, le distrugge, piano piano, autorizzandole a credere che l’annientamento di sé sia preferibile alla propria edificazione.
    Cordialità
    Mauro Cozzari

  9. Lettera in redazione on said:

    Dibattito su una pubblicita’

    Il manifesto oggetto del dibattito

    “Giocare con l’arte? Ma capiranno?
    Così piccoli, capiranno cos’è l’Arte?
    Capire cos’è l’Arte è una
    preoccupazione (inutile) dell’adulto.
    Capire come si fa a farla è invece
    un interesse autentico del bambini”.
    Alberto Munari 

    Caro Direttore, se l’Accademia delle belle arti di Perugia avesse usato questa frase, del figlio Alberto che abbiamo riportato sopra, invece di quella del padre Bruno Munari del manifesto, per la pubblicità alle iscrizioni all’anno scolastico 2012-2013, non avrebbe forse suscitato lo stesso interesse, ma avrebbe certamente contribuito a non peggiorare ulteriormente la percezione di normalità che un cittadino gradirebbe avere quando cammina per le strade della propria città.
    Massimo C., Perugia

    • Il direttore on said:

      Caro Massimo, abbiamo discusso in redazione se dare o meno spazio alla tua segnalazione. La frase pubblicitaria ha suscitato ilarità e interesse, ed ha provocato una contrastata discussione. A me pare un segno di degrado e di carenza di ispirazione, dovendo constatare che la parola in questione si usa in molti contesti come termine di disprezzo, di fortuna, di stretta amicizia e altro. Nulla di nuovo, quindi. Si può tuttavia sperare che tutto l’insegnamento che viene svolto in Accademia sia frutto di laboriosità, disciplina, genio e talento, e non solo di “fortuna” o altro.
      E.B.

    • Aurelio on said:

      Spesso le battute, perché questa è solo una battuta, possono essere efficaci e anche, senza la pretesa di spiegare cos’è l’arte, suscitare curiosità. Non credo sia questo il caso. La frase poteva essere lo stesso efficace e immediata sostituendo il culo con la gallina e cioè: “L’uovo ha una forma perfetta benché sia fatto dalla gallina”. Almeno si sarebbe parafrasata la famosa domanda: “è nato prima l’uovo o la gallina?” Oppure: “Anche una gallina è una artista, quindi anche gli asini come te possono iscriversi all’accademia di belle arti Pietro Vannucci”. Considerazione finale: “Poveri polli”.

      • Dario dhr Rivarossa on said:

        Non credo affatto che – come sostiene Massimo C. – l’altra frase sarebbe stata “altrettanto efficace”: troppe parole, troppo vaghe.
        Ma trovo debole anche l’argomentazione (pur strutturata meglio) di Aurelio C., il quale – in veste di grande professionista della grafica editoriale – dovrebbe ben sapere che Bruno Munari non era un campione del turpiloquio ma un raffinato professionista, con uno humour delizioso, per cui se UNA volta nella vita ha usato quella parole, è perché CI STAVANO.
        Personalmente, ho rilanciato la campagna pubblicitaria dell’Accademia sul mio blog, e ha ricevuto apprezzamenti addirittura internazionali, anche da parte di persone di notevole cultura (il gioco di parole di Munari ha la fortuna di essere traducibile in inglese).
        Completamente fuori bersaglio, poi, l’idea che “anche un asino può iscriversi”. Proprio l’opposto: “Magari non sei Michelangelo, ma se ce la metti tutta, se lo… fai uscire da te, può venire fuori qualcosa di bello e prezioso per tutti”.

        • Rita on said:

          Non mi pare che la discussione sia su Munari ma sull’uso di una sua frase per manifesti pubblicitari che tappezzano la città e sono visti da tutti, anche chi non sa chi è Munari e in quale contesto quella frase abbia detto. Non so se lui l’avrebbe sbattuta sui muri! A me pare che, semplicemente, sia questione di buon gusto, e di rispetto per gli altri.

  10. Nicola Molè on said:

    Grazie a La Voce non ho perso il convegno!

    Caro don Elio,
    grazie per l’editoriale ed il servizio su Carlo Carretto nel n. 19 del giornale: così ho saputo quel che è stato detto al convegno promosso dall’Ac e dal Meic tenutosi a Spello il 20 maggio scorso. Io ero pronto a venire: mai mi sarei perso, finché ho fiato, di “incontrare” Carlo e il suo pensiero, di rinverdire i suoi insegnamenti e di meditare sulla sua testimonianza di sequela Christi. Poiché per la mia età non ardisco più prendere l’autovettura su lunghi percorsi, ho deciso di venire con il treno. Sono andato alla stazione, ho comprato il biglietto ed ho aspettato che il treno arrivasse. Sul tabellone e dall’altoparlante giunge la notizia di un ritardo di 40 minuti, poi di 60 minuti e dopo ancora di 90 minuti. Con tristezza ho dovuto rinunciare, sarei giunto a convegno ormai cominciato da un pezzo ed avrei sacrificato l’amico Benedetti Vincenzo che mi aspettava alla stazione di Foligno. La pubblicazione su La Voce di questa lettera valga come mia partecipazione al convegno.

  11. Massimo Cecconi on said:

    Al mattino, nel tragitto che ci separa da scuola, “costringo” i miei tre figli (maschi) ad ascoltare il radiogiornale.
    Oggi, stranamente, una notizia li ha colpiti: la provocazione del dott. Mario Monti (fatta a titolo personale) di sospendere il calcio per due o tre anni:
    “Anche a noi?” mi hanno chiesto spaventati.
    Non so se sarebbe una buona idea (subito gli addetti ai lavori hanno preso le distanze, prefigurando, tra l’altro milioni di posti di lavoro persi), però è certo che qualcosa, anche di clamoroso, andrebbe fatto.
    E non lo dico solo per gli scandali di questi giorni, che a noi perugini evocano sempre momenti tristi che speravamo fossero serviti di lezione. Lo dico, soprattutto, per quello che mi capita di vedere nei campi di calcio dove giocano i nostri ragazzi.
    Mentre loro sono lì, a sudare, correre, ed emulare l’esultanza dei grandi campioni quando fanno gol, (in poche parole a divertirsi, com’è giusto che sia) intorno ci siamo noi adulti, che non paghi di aver rovinato la scuola con le nostre ingerenze e assurde pretese, ci mettiamo d’impegno anche nel calcio, con la speranza, forse, di investire in un prossimo futuro che veda almeno uno dei nostri figli, rasarsi una cresta tipo “Baracus” dell’A-Team, sfrecciare a 300 con una Ferrari (schiantandosi ogni tanto su qualche palo) e magari passarci un pourboire mensile che ci faccia togliere qualche soddisfazione.
    E mentre la fantasia corre, stiamo lì, ad insultare l’arbitro, l’allenatore, i genitori degli avversari, i ragazzi avversari, e, chi si impegna di più, anche a denigrare i nostri figli, rei di non aver controllato la palla con la maestria necessaria per farsi notare dall’osservatore della squadra di seria A, presente in tribuna.
    Il padre di un mio carissimo amico giocava nel Perugia alla fine degli anni ’50. (è il nostro mito perché segnò in un derby contro i nostri cugini ternani). Dovette smettere ed andare a lavorare in banca perché aveva deciso di mettere su famiglia.
    Ora, visto che siamo in vena di proposte scioccanti, e che non mi risulta che in altri ambiti dove andrebbe applicato, il criterio della meritocrazia abbia tanto successo: perché pagare in maniera sproporzionata i calciatori, creando così tante attese tra i ragazzi e i genitori?
    Propongo, invece, che ogni squadra sia composta da giocatori residenti nel comune di appartenenza, e che i giocatori siano degli impiegati comunali, con uno stipendio dignitoso (2.000 euro al mese, più i permessi per fare gli allenamenti 3 volte a settimana).
    Il lunedì di riposo, com’è giusto per aver lavorato di domenica. E magari, durante la settimana, fanno anche qualche fotocopia, chiudono qualche buca nelle strade, o girano per le vie del centro per tenere sotto controllo i malintenzionati…
    Non so quale delle due idee sia realizzabile…. Temo proprio nessuna.
    Massimo Cecconi

  12. Stefano Di Stefano on said:

    La nostra casa fondata sulla roccia.

    La casa è un luogo sacro, l’unico che veramente ci appartiene. È un posto fisico, fatto di mura che ci contengono ma che pure ci proteggono. Dentro le sue pareti custodiamo le nostre cose che spesso, tramandate da generazioni, diventano testimonianza di storia familiare. Nella dimora ci svegliamo la mattina, riconoscendo ogni singolo angolo che la compone. In essa ci ritiriamo la sera, stanchi morti dopo una giornata di fatica e di corse forsennate. È rassicurante avere un luogo di appartenenza, un rifugio per noi e per i nostri cari. Facciamo un sospiro di sollievo ogni qual volta ne serriamo la porta per la notte: idealmente contiamo i presenti e ci tranquillizza sapere che tutta la nostra famiglia è al sicuro dentro quello spazio esclusivo.

    È, perciò, ancora più dolorosa l’avversità quando si abbatte sulla nostra casa. Se viene a mancare quel luogo, magari a seguito di un improvviso cataclisma, ci sentiamo privati delle nostre radici e di un essenziale spazio vitale dove riunirci con chi amiamo. Se viene invasa dalla violenze di chi la depreda, ci sentiamo deboli ed insicuri, violati nel nostro intimo: ci sembra che nulla sia più sicuro e che in nessun luogo sia più possibile trovare protezione. Abbiamo bisogno della nostra dimora perché siamo fragili e lo diventiamo ancora di più se viene a mancare.

    La casa è un luogo ancora più sacro se la si pensa come comunità o come famiglia. L’uomo è un essere sociale che ha bisogno dell’altro per vivere, così come l’aria che respira. Le relazioni tra noi ci influenzano a tal punto che siamo sempre diversi dopo ogni incontro con l’altro. Nel nostro DNA è impresso l’istinto di fare comunità. Se abbiamo la fortuna di vivere in armonia accanto alle altre persone possiamo assaporare il Paradiso; di converso, l’inferno può essere vissuto realmente in relazioni tormentate. La nostra casa diventa la famiglia o chi, comunque, sentiamo esserci vicino.

    I conflitti più dolorosi sono quelli che abbiamo con le persone più vicine a noi. Il torto di un familiare o di una persona cara causa ferite così intime e profonde che poi sono assai difficili da cancellare: esse hanno la capacità di scuotere pericolosamente le fondamenta della casa di affetti e relazioni dentro cui ci rifugiamo.

    Anche il Papa non è al riparo da aggressioni profonde alla sua casa, come dimostra la triste vicenda dell’infedeltà del proprio maggiordomo a cui i media hanno dato ampio risalto in questi giorni. Anche lui, probabilmente, avrà sperimentato la sensazione di fragilità che si prova nel vedere affetti sgretolarsi e mostrare impietosamente tutta la loro falsa apparenza. Eppure è proprio Benedetto XVI che, all’indomani dello scandalo che suo malgrado l’ha coinvolto, indica in Cristo e nel Suo insegnamento la roccia da porre a fondamenta della nostra casa. Allora, non avremo più paura che venga distrutta o depredata, né soffriremo dei torti che provengono dal suo interno perché la nostra casa, l’unica e la vera, sarà Cristo. Essa diventerà, finalmente, salda e sicura.

    Stefano Di Stefano – Perugia

    • Il direttore on said:

      Caro Stefano
      il tuo elogio della casa è ancor più valido e dolorosamente attuale non tanto per le vicende del Vaticano, quanto per la distruzione e il crollo di tante case, frutto molto spesso di fatiche e risparmi di una vita. È vero poi che in caso di conflitto tra coniugi la casa diventa una prigione o causa di infinite contese. Nel caso di separazione poi si formano figli senza casa, o con due case, mandando in frantumi quanto hai illustrato nella tua lettera.

      E. B.

  13. Massimo Cecconi on said:

    Caro Direttore,
    in un tempo che ci interroga, a livello mondiale con una congiuntura così nefasta e a casa con la riduzione a quartiere malfamato del salotto buono della nostra amata Perugia, accolgo con gioia e speranza la nuova versione del sito internet de La Voce, settimanale con una grande storia alle spalle, ma ancora con tanto da dire, con sguardo attento e serio, sia su temi internazionali che, soprattutto, su quanto accade nelle nostre piazze.
    Il sito internet diventa maggiorenne. Sono infatti passati 18 anni da quando, nel 1994, La Voce faceva capolino nella rete, a fianco di ben più altolocati (e sovvenzionati) quotidiani nazionali.
    Oggi alcuni di essi non esistono più, altri (purtroppo) stanno chiudendo.
    Non è mai una bella notizia quando un’azienda chiude i battenti, anche se magari non rappresenta neanche lontanamente il nostro punto di vista.
    La Voce ce l’ha fatta, nonostante i numerosi problemi che oggi colpiscono l’editoria e l’informazione, e si mette in gioco, affrontando la storia con tre anime: quella con i capelli bianchi di un sessantenne che ne ha passate tante, ma che ha ancora voglia di correre, quella che compie la “maggiore età” consapevole delle sfide e delle opportunità che le attuali tecnologie mettono a disposizione e quella del neonato, aperto al futuro e attento a tutto quello che gli capita intorno.
    Tanti cari auguri, don Elio, a te e alla redazione, per questa “nuova” avventura.
    Massimo Cecconi – Perugia

    • Il direttore on said:

      Caro Massimo, devo dirti grazie perché non sono moltissimi quelli che ti fanno sentire la loro voce anche solo per un cenno di saluto. La mia impressione spesso tende al basso, perché non abbiamo fatto un gran fracasso, siamo rimasti nel suono con la sordina, insomma con un impatto tenue, non fragoroso. Ma poi riflettendo sul testo del Papa per la GIornata delle comunicazioni sopciali che parla di silenzio e parola mi rincuoro considerando che questa è stata fin dall’inizio la nostra regola, che non ci siamo imposti ma ci è connaturale ed è stata condivisa da chi ha scritto su queste pagine. E se così fosse dopo tanti anni possiamo anche dire che la voce pur minuscola è un piccolo miracolo non solo per l’Umbria. Di nuovo grazie e buona giornata
      E. B.

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