L’Ikea in Umbria: dovremo rimboccarci le maniche

L'apertura di un punto vendita qui in Umbria minaccia l'economia locale? Impostato così il problema è fuorviante, afferma un esperto di marketing. Quali sono i veri pericoli e le vere opportunit

Tempo di lettura: 208 secondi

La notizia dell’apertura di un punto vendita della nota multinazionale svedese a San Martino in Campo, insieme a quella dell’arrivo in Umbria di altre multinazionali del commercio e dei servizi, ha scatenato una serie di reazioni, per lo più critiche, per le conseguenze negative che potrebbero subirne gli operatori locali. Ospitiamo un contributo di Alberto Mossone, esperto di marketing e conoscitore dell’economia umbra. LLa Voce si è occupata con una serie di articoli di Paolo Giovannelli, tra la fine del 2005 e l’inizio del 2006, del problema delle multinazionali in Umbria; ed anche allora si sviluppò sulla stampa locale una querelle sull’utilità o meno di questi insediamenti, che, nell’economia postmoderna, riguardano sempre più i comparti del terziario e non più quello manifatturiero. Il Direttore di Sviluppumbria, in un’intervista pubblicata sulla stampa locale lo scorso 21 agosto, sosteneva, tra l’altro: ‘Non è questo lo sviluppo adatto a questa regione’ Siamo andati fieri per anni di avere un tessuto produttivo di 85.000 aziende, in alcuni casi piccolissime e polverizzate sul territorio. Questa è l’Umbria. Ora probabilmente le aziende umbre non parteciperanno neanche alla costruzione dei capannoni per Ikea. Non parliamo poi di cosa si commercializza lì dentro. Ci saranno forse prodotti umbri? No, l’unica cosa positiva è la creazione di posti di lavoro’. Come formatore di marketing, utilizzo sin dal lontano 1993 il caso Ikea nei miei corsi di formazione per imprenditori, manager e neolaureati, ed aggiorno continuamente la documentazione su quest’azienda nata in Svezia 50 anni fa. A differenza di altre multinazionali, però, Ikea acquista per l’84% in Europa; e l’Italia, che copre l’8% degli acquisti, è il terzo Paese fornitore dopo la Cina (22%) e la Polonia (16%).Non so se acquisti ancora in Umbria, ma una delle aziende umbre leader del sistema casa, la Emu di Marsciano, per molti anni ha sviluppato una partnership con Ikea di reciproca soddisfazione.Quanto ai capannoni, se gli imprenditori umbri sapranno essere competitivi anche nelle forniture private e non solo in quelle pubbliche, credo che l’apertura di Ikea possa costituire un’opportunità importante di business.Gli umbri acquistano già numerosi da Ikea; ora vanno a Roma, Firenze, Ancona, prendono le famose scatole piatte, le caricano sulle loro auto e poi montano i mobili a casa. L’apertura di Ikea in Umbria non stravolgerà quindi il mercato dell’abitare della nostra regione, peraltro già affollato dai follower di Ikea nazionali ed internazionali (in termini di politica low cost, ma ben lontani quanto a competenze e capacità di marketing): chiederà solo ai nostri operatori del settore di rimboccarsi le maniche per riposizionarsi ed individuare delle proposte diverse in termini di prodotto e servizio, magari associandosi per fare massa critica e disporre di maggiori risorse. Nel mercato c’è spazio per tutti! Il vero problema dell’Umbria, in presenza di in forte e continuo cambiamento dello scenario, rimane la sua struttura basata – più che su Pmi – su micro e medie imprese, sia nel manifatturiero che nel terziario, poco managerializzate, poco internazionalizzate, chiuse al cambiamento e ad alleanze con altre imprese.Se sono 85.000 le imprese umbre, non bisogna dimenticarsi che quelle esportatrici sono state nel 2007 solamente 2.417 (erano 3.190 nel 2002), come si rileva nel rapporto Ice/Istat sul commercio estero 2007, e che di queste 1.967 esportano nell’Unione europea; quindi, teoricamente, se ragioniamo da europei, non esportano ma vendono sul mercato interno. L’Umbria, sempre dallo stesso rapporto, risulta avere un peso dell’export sul totale Italia pari all’1%, contro un valore del Pil che è intorno all’1,4%.Le imprese umbre, salvo le poche eccellenti che seguitano a crescere restando competitive, non riescono a cogliere le opportunità del mercato globale perché sono sottocapitalizzate, non sono aperte all’ingresso di soci estranei alla famiglia, né disponibili a fare network con altre imprese locali, ricorrono raramente a manager o consulenti esterni, ma purtroppo non sono molto supportate nemmeno dalle istituzioni e dalle loro associazioni di categoria, come diceva il Direttore di Sviluppumbria. Non è fermando l’Ikea che risolviamo i nostri problemi, ma è affrontando la sfida della globalizzazione con una cultura ed un atteggiamento diverso da parte di tutti gli attori, per valorizzare le tante potenzialità, anche in termini di risorse umane, di cui la nostra regione è dotata.

AUTORE: Alberto Mossone

LASCIA UN COMMENTO