Ma l’Onu che fa per la Siria?

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di Pier Giorgio Lignani

Quando scoppiano le gravi crisi internazionali, come quella di questi giorni intorno alla Siria, e sembra di essere sull’orlo della terza guerra mondiale, viene spontaneo chiedersi: ma che fa l’Onu? Perché non interviene l’Onu? La risposta potrebbe essere questa: non fa niente perché non esiste. Naturalmente non è vero. L’Onu esiste e fa moltissime cose, direttamente o a mezzo delle sue agenzie specializzate, come la Fao, l’Unicef, l’Unesco, e tante altre. Ed è il luogo virtuale e anche fisico – dove gli Stati, prima di farsi guerra, possono incontrarsi e discutere, e già questo è un grande aiuto per la pace.

Ma se si pensa all’Onu come a una vera autorità sovranazionale – un supergoverno o un supertribunale capace di riparare i torti, ristabilire il buon diritto e fare stare a dovere i prepotenti – ebbene, un’Onu così non esiste. Non esiste perché, anche se fosse capace di prendere le decisioni importanti che in certi momenti sarebbero necessarie, non avrebbe i mezzi per farle rispettare contro la volontà degli Stati interessati.

È vero che qua e là nel mondo ci sono contingenti di forze armate con le insegne dell’Onu (i famosi “caschiblu”), una specie di polizia internazionale con il compito di mantenere la pace in certi punti caldi. Ma, di fatto, strumenti di questo tipo possono funzionare solo dove il conflitto riguarda piccole realtà locali; e soprattutto, possono essere impiegati solo se le grandi potenze sono tutte d’accordo nel permetterlo. E questo succedemolto di rado. Ma il problema non è solo che l’Onu non è in grado di far eseguire le sue decisioni. Il male è più radicale, ed è che l’Onu non è in grado neppure di prenderle, quelle decisioni. Chi dovrebbe prenderle, infatti? L’Onu non ha organi politici di vertice, come un Presidente o un Governo. Ha un Segretario generale, che però è solo un funzionario tecnico e si occupa dell’amministrazione. Gli organi decisionali sono l’Assemblea generale e il Consiglio di sicurezza. Ma l’Assemblea generale non è una specie di Parlamento; è piuttosto come un’assemblea di condominio. Cioè un luogo dove ognuno rappresenta il proprio interesse individuale, e si cura dell’interesse collettivo solo nella misura in cui esso coincida con il proprio. Che cosa distingue un Parlamento da un’assemblea di condominio? È quel principio che si trova scritto nell’articolo 67 della nostra Costituzione: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Adesso c’è qualcuno che vuole cambiare questa regola, ma essa è fondamentale, perché spiega che il compito di ogni membro del Parlamento è quello di curare l’interesse generale del Paese, non quello di un gruppo o di un territorio, anche se si tratta dei suoi elettori; agli interessi locali penseranno gli amministratori locali. Poi dentro il Parlamento ci saranno interpretazioni e scelte diverse, ma tutti dovranno prendere come punto di riferimento l’interesse nazionale.

All’Onu questa regola non c’è: sia nell’Assemblea generale, sia nel Consiglio di sicurezza, non c’è nessuno che istituzionalmente abbia il compito di rappresentare l’interesse generale (che in questo caso è l’interesse dell’umanità) ma chi parla rappresenta il proprio Paese e il proprio Governo e vota secondo le istruzioni che ha ricevuto (il famoso vincolo di mandato).

La cosa si complica nel Consiglio di sicurezza – che poi è quello che prende le decisioni operative – perché lì, com’è noto, ci sono membri che sono “più uguali degli altri”, e sono i cinque Stati fondatori, i vincitori della Seconda guerra mondiale (Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna, Francia e Cina) ciascuno dei quali ha il diritto di veto. Quindi, una decisione importante passa solo se ciascuno di questi cinque è d’accordo. Per la questione siriana (come per tante altre) l’accordo fra i cinque non c’è, e il discorso è chiuso.

Per uscire da queste situazioni di stallo ci vorrebbe una forte spinta – condivisa da tutti nel mondo – per rafforzare le istituzioni dell’Onu e farne veramente un centro di potere sovranazionale. Un obiettivo difficile da progettare, se non utopistico. Per di più, adesso va di moda il “sovranismo” e non è nemmeno il caso di parlarne.

 

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