Dopo il Referendum. Nuovo attivismo dei cattolici in politica? Non proprio

Il referendum del 4 dicembre ha sancito tutta l’irrilevanza del cattolicesimo politico: una tendenza che andava avanti ormai da 25 anni

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Con il movimento di Todi (2011-2013), supporto superfluo allo strapotere quirinalizio (agito nel caso da Giorgio Napolitano e incarnato – maluccio – da Monti), il rapporto tra cattolici e politica è tornato ai tempi del “patto Gentiloni”. Le autorità ecclesiastiche promettono appoggio al potente di turno prestando qualche volto – ricompensato da una buona prebenda – in cambio di legislazioni o elargizioni. Non funzionò né nel 1913 né nel ’23-24, ma la coazione a ripetere è un male pressoché incurabile. Con Renzi (2013-2016) la figura dell’“indipendente” di successo ha raggiunto i suoi massimi.

Renzi, giurando laicità, ha posto il giusto sigillo sull’annichilimento di ogni possibilità di “cattolicesimo politico”. “Neoclericali” o “indipendenti”, la formula è la stessa: massimo di visibilità, minimo di rilevanza. Massimo di visibilità dei cattolici in politica, minimo di rilevanza del cattolicesimo per la politica. Non facciamoci ingannare dalle apparenze. Di questa formula esiste una declinazione movimentista e una da salotto, una declinazione di destra (i “valori non negoziabili”) e una di sinistra (oggi in salsa “peronista”), ma la sostanza non cambia. Dalla vita della Chiesa è stato cancellato anche il nome dell’apostolato dei laici; e nonostante i formali ossequi al Concilio, i Pastori preferiscono indeterminate aggregazioni laicali. Così il laico crede di essere impegnato quando si impegna in “pastorale”, che invece è l’apostolato dei Pastori, e quando fa il cittadino si affida ai dogmi della laicità. Ma con la laicità il laicato cattolico evapora. Ne restano solo fumi, vaghi ricordi e cartacce come il giorno dopo sui prati che hanno ospitato i grandi raduni religiosi. Se tagli la radice, l’albero si secca.

Le radici della rilevanza politica del cattolicesimo per la verità erano due. L’altra era quella del cattolicesimo politico italiano: cattolici organizzati politicamente (corrente, gruppo, partito: poco importa), autonomi da poteri ecclesiastici e da altri poteri, politici e non politici. Cattolici che fanno politica con alcuni (anche non cattolici) e in competizione con altri (anche cattolici), che hanno scopi e non hanno orrore del compromesso, ma che, sotto una certa soglia, non accettano compromessi. Liberi nella politica perché liberi dalla politica. Senza autonomia organizzativa e ideale, non si dà né autonomia in politica né selezione di gruppi dirigenti politici; insomma, non si dà rilevanza politica. Si badi, per essere rilevanti in politica non è assolutamente necessario che i cattolici siano uniti. Tanti sono stati i cattolicesimi politici. L’unico che ha sfiorato l’unità politica dei cattolici è stato il “popolare” De Gasperi (minoranza anche nella Dc) che considerò l’unità politica dei cattolici un effetto del programma, e non viceversa.

Le condizioni interne e internazionali lo aiutarono non poco, ma questa è la lezione della Storia (se mai la Storia dà lezioni). Il referendum del 4 dicembre, e il suo esito – sciagurato, per chi scrive -, non è altro che la tappa più recente della irrilevanza politica del cattolicesimo italiano. La riforma era brutta e l’Italicum tutt’altro che buono, ma insieme avrebbero tenuto aperta una strada che oggi i “no” hanno sbarrato. Prima del referendum la Cei ha detto “informatevi”: che sforzo di immaginazione! La civiltà cattolica ha chiamato “discernimento” una cosa che è meglio non qualificare. Le parrocchie hanno ospitato confronti come affittano il campo da calcetto. Le “aggregazioni” hanno seguito ciascuna i propri istinti, o le rabbie, o le convenienze. Riflessioni nel merito? Zero. Iniziativa? Meno che zero. Un po’ voyerismo, un po’ opportunismo.

Il risultato? Una vita ecclesiale più disincarnata, sempre più ridotta a intrattenimento religioso. Una vita politica nazionale sempre più affetta da involuzione. Venticinque anni fa, con Scoppola e Ruffilli, con la Fuci e tanta parte delle Acli e dell’Azione cattolica, con la Cisl, il cattolicesimo italiano aveva aperto e guidato la via delle riforme istituzionali, e all’inizio con successo. Il suo senso era avere meno politica e migliore politica. Il suo scopo era restituire lo scettro politico all’elettore (alternanza, competizione politica, primarie, ecc.).

La resistenza della “repubblica dei partiti” si è arroccata intorno al Quirinale: dai ribaltoni di Scalfaro ai governi di Napolitano, all’attuale melina di Mattarella. Era legittimo che si difendessero, era necessario che fossero combattuti meglio. Segni, Berlusconi, Bossi, Prodi (poco), Veltroni (per un attimo) e Renzi ci hanno provato. Renzi è stato il migliore (giudizio relativo, ovviamente), ma neppure lui è stato all’altezza della prova. Ha perso. (Gli è servito recidere ogni legame con il cattolicesimo politico?). In questi venticinque anni tanti cattolici italiani si sono schierati dietro o “sotto” il Quirinale (senza pretese di rilevanza), tanti altri hanno ispirato e guidato la battaglia per le riforme. Oggi quelli stanno vincendo e questi perdendo; e così siamo tornati alla Prima Repubblica. La lezione è chiara, e per nulla nuova. In un Paese come l’Italia, senza cattolicesimo politico è difficile che si affermi una prospettiva riformista. E senza cattolicesimo politico è difficile che la ecclesia non si riduca a tempio, a intrattenimento religioso. Solo se c’è apostololato laicale c’è ecclesia.

 

AUTORE: Luca Diotallevi sociologo

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