Mpv Castello: incontro di riflessione sull’aborto

Movimento per la vita. Era dedicato all’interruzione volontaria di gravidanza l’ultimo incontro su temi di bioetica

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L’intervento di Cinzia Beccaglini
L’intervento di Cinzia Beccaglini

L’ultimo incontro del ciclo sulla bioetica organizzato dal Movimento per la vita ha avuto come relatrice la dott.ssa Cinzia Beccaglini che è intervenuta sul tema dell’aborto.

La legge 194 del 1978, che introduce in Italia la possibilità di ricorrere all’interruzione volontaria della gravidanza, non rende – ha detto – le donne più libere. Anche se il “lecito legale” è diventato “lecito morale”, l’esistenza di una legge non mette le coscienze al riparo dalla difficile realtà del post-aborto.

In molti casi si è cercato di addossare la responsabilità di tanti malesseri a un senso di colpa legato ad una certa cultura religiosa. Beccaglini riferisce in realtà una situazione molto più ampia, che non deriva da “dottrine” ma dall’esperienza quotidiana di persone – di ogni provenienza culturale e religiosa – che si trovano ad affrontare gravi conseguenze dovute alla pratica dell’aborto.

La sua testimonianza si basa su dati scientifici, su numeri che illustrano un quadro drammatico. “È necessario – afferma – conoscere le due facce della medaglia, altrimenti si rischia di ragionare solo per ideologia. Si parla di aborto senza una vera conoscenza dell’argomento in tutta la sua estrema complessità, che investe l’essere umano nella sua dimensione biologica, psicologica, sociale, tagliando trasversalmente la dimensione spirituale anche dei non cattolici o degli atei”.

A subire il dramma non sono solo le donne (che pure vivono più in profondità l’evento) ma anche gli uomini, i compagni, mariti, fidanzati, che a volte obbligano la donna alla scelta dell’aborto, ma che la legge 194 priva di ogni possibilità di opposizione. E ancora, riguarda i nonni che possono aver consigliato l’Idv o esserne venuti a conoscenza successivamente. O gli altri figli, che magari volevano evitare condizionamenti. O il personale sanitario, abortista o obiettore, che si trova spesso a fare i conti con la coscienza.

L’aborto provoca ripercussioni fisiche e psichiche, a breve e lungo termine. La psicosi post-aborto è un disturbo di natura psichiatrica che si manifesta subito dopo l’evento, con uno scollamento tra realtà e percepito.

Lo stress post-aborto può insorgere tra i 3 e i 6 mesi successivi. Ma vi è una vera sindrome post-abortiva (Psa) che si può manifestare anche dopo anni, portando in superficie problemi rimasti latenti a lungo, finché un evento scatenante non fa riaprire la ferita

Il fenomeno è molto ampio, se si considera l’elevato numero di aborti che si effettuano in Italia: 107.000 nel 2012. Dato che però non include tutti i casi di interventi operati in clandestinità, o quelli dovuti alle cosiddette pillole abortive, o la Ru486, o quelli successivi a fecondazione extra-corporea.

Una vera e propria strage di persone concepite, la quale genera una grande – e sottovalutata – sofferenza condivisa.

AUTORE: Sabina Ronconi

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