“Noi, volontari tra le baracche nell’inferno del terremoto in Friuli”

Tempo di lettura: 241 secondi

immagine-del-terremoto-in-friuli-1976Ancora oggi, a 40 anni di distanza, la gente di Trasaghis, in particolare della frazione di Peonis (dove per tre anni operarono a turno i volontari perugini), sono molto riconoscenti dell’aiuto-sostegno ricevuto dalla comunità diocesana di Perugia-Città della Pieve. Si instaurò un legame di amicizia fraterna che andò rafforzandosi negli anni”.
Il gemellaggio fu con il paese di Peonis, una delle 5 frazioni del comune di Trasaghis (situato sulla destra del fiume Tagliamento). Nacque a seguito di un contatto di Mons. Saulo Scarabattoli perché in parrocchia a Santo Spirito viveva una persona originaria di Peonis.
Fu l’Agesci che iniziò la  presenza a Peonis, successivamente, si unirono altri giovani dalle varie parrocchie, sotto il coordinamento di Don Giacomo Rossi. Non ricordo la data precisa ma sicuramente fu a ridosso del 6 maggio, giorno della prima grande scossa (6.4 scala Richter), i primi mesi ci fu una presenza costante; alcuni volontari e soprattutto don Giacomo ricordavano il 15 settembre (giorno della seconda grande scossa) dove videro i sassi del Tagliamento saltare dalla potenza del terremoto. Per i primi tre anni i volontari erano presenti con dei turni e nei mesi estivi (chiusura delle scuole ed università) le turnazioni garantirono una costante presenza. Avevamo la nostra baracca a un centinaio di metri dal Tagliamento (al limite della baraccopoli di Peonis) che divenne la casa dei volontari di Perugia e a fianco in un’altra baracca era alloggiata Maria, la fornaia del paese (il suo forno era crollato) che ci fece per tanto tempo, da madre e da nonna. Quando si arrivava era lei a farci la prima accoglienza e… non a mani vuote. La mattina presto ci svegliavamo con il vocio della gente del paese che veniva a comprare il pane dalla nostra amata vicina Maria che a sua volta veniva fornita da un forno in attività ad Osoppo.
Le motivazioni della mia presenza erano molteplici: lo spirito di servizio al quale ero stato educato nella mia esperienza di vita parrocchiale; una possibilità che mi era data di vivere la mia appartenenza ecclesiale vicino e con coloro che in quel momento erano i poveri: era la prima volta che mi sporcavo le mani, che mi misuravo con la fatica e anche la gioia del quotidiano;  un spirito di solidarietà come cittadino che aveva sperimentato pochi mesi prima tutto il disagio, la paura, la provvisorietà del terremoto. Il 6 maggio stato svolgendo il servizio di leva a Cervignano del Friuli e quindi avevo sperimentato in prima persona il terremoto.

Il tipo di aiuto: La prima dimensione del nostro aiuto era quella di stare con coloro che in quel momento e per lungo tempo stavano soffrendo nel disagio e anche nel lutto. Dicevamo con la nostra presenza che volevamo bene a quelle persone ed eravamo a condividere i tanti disagi (quanta umidità e anche freddo nelle baracche e nei primi prefabbricati!) con loro. Facevamo visita alle famiglie ed in particolare agli anziani che vivevano soli a volte li aiutavamo per la pulizia del prefabbricato, si giocava a carte; facevamo animazione con i bambini; alcuni di noi, per condividere la vita quotidiana andavo anche ad aiutare le varie famiglie nella sistemazione degli arredi, più tardi anch’io, come pochi altri andavamo la mattina a fare i “manovali”  nei primi cantieri di chi si riparava la casa da solo. Per l’organizzazione già ho detto della casa dei volontari (baracca) che era la nostra base logistica; la mattina si faceva una breve riunione per organizzare i servizi nelle varie famiglie e quelli domestici. la sera era il momento dei racconti delle storie vissute. Don Giacomo individuò alcune persone in paese che divennero i nostri punti di riferimento per i vari servizi.
L’emergenza vera, passati i primi mesi  dall’evento, era il senso di smarrimento, e la solitudine di tante persone, soprattutto anziane. La difficoltà a vivere prima in tenda e poi nei prefabbricati carichi di umidità. Allora la nostra presenza di amicizia, di vita vissuta in paese con loro era un segno di speranza. C’è da dire comunque che abbiamo anche conosciuto la caparbietà della gente friulana, abituata a rialzarsi dopo la sconfitta.

Nei primi anni non era pensabile essere ospiti di famiglie. A Peonis tutte le case erano inagibili (forse quattro o cinque ancora erano abitate). Negli anni successivi, quando nella continuità del gemellaggio con la nostra Diocesi, andavamo per la festa in novembre della Madonna della Salute,venivamo ospitati nelle prime case riparate o ricostruite.
Negli anni successivi il gemellaggio ecclesiale con la comunità di Peonis ha avuto una continuità. Fu il nostro Arcivescovo Cesare Pagani a porre la prima pietra della nuova chiesa del paese. Molte volte alcuni nostri amici friulani sono venuti a Perugia. Esiste una pubblicazione sulla storia del paese dove la nostra presenza è ricordata con vero affetto. Oggi la via principale del paese si chiama Via Perugia.

AUTORE: Maurizio Santantoni

LASCIA UN COMMENTO