Non possiamo più tacere

CRISTIANI PERSEGUITATI. Il richiamo del vescovo di Assisi mons. Sorrentino

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Cristiani perseguitati in Pakistan
Cristiani perseguitati in Pakistan

Un richiamo forte alla sua comunità, alla comunità internazionale, al mondo islamico e al mondo della pace è stato fatto il 20 aprile dal vescovo di Assisi mons. Domenico Sorrentino nel corso dell’ultima sessione del Sinodo diocesano, in riferimento alle persecuzioni e uccisioni nei confronti dei cristiani del mondo. Sulla scia degli interventi del Papa, da Assisi si leva una voce nel coro del silenzio rispetto alla distruzione di vite e di opere che sta avvenendo in molti paesi del mondo.

“Il Sinodo ci sta concentrando sul cammino della nostra Chiesa particolare – dice il vescovo Sorrentino – ma l’orizzonte rimane quello della Chiesa universale. E nella Chiesa oggi ci sono membra che stanno soffrendo più delle altre, perché raggiunte da una persecuzione che sta facendo scorrere sangue in tanta parte del mondo e sta creando nuovi martiri. La nostra Chiesa di Assisi – sottolinea ancora – deve far sentire la sua voce. Purtroppo, nel panorama dell’opinione pubblica è di scena il silenzio, o l’assuefazione, o la rassegnazione. La voce del Papa si è fatta sentire con forza, invocando un’attenzione fattiva della politica internazionale, ma finora con scarsi risultati. La prima attenzione deve essere espressa nella preghiera, ma poi anche nel tenere alto il livello di informazione e di coinvolgimento”.

Mons. Sorrentino sottolinea poi che “le soluzioni non sono facili; e le risposte armate, che sembrano a prima vista le più necessarie o le uniche efficaci, sono anche le più equivoche e le meno convincenti. La storia degli ultimi decenni lo ha dimostrato. Ma forse – ed è qui l’appello all’unità mondiale – si possono cercare vie efficaci anche su altro terreno, a condizione che la comunità internazionale trovi una rinnovata unità, e lo stesso mondo islamico faccia corpo nei confronti di questo fenomeno aberrante che si sta sviluppando nel suo seno, e che non va confuso con l’islam stesso”.

L’invito è quello a far “sentire alta la nostra voce. Assisi si pregia del titolo di città della pace, e qui accorrono, in diverse circostanze, uomini e donne di pace da tutto il mondo. Oggi pare che questo mondo di uomini della pace sia come nascosto, bloccato in uno strano silenzio. Noi Chiesa di Assisi, riunita in Sinodo, vogliamo unire la nostra voce a quella di Papa Francesco. Spero, anche con il vostro aiuto e suggerimento, che nei prossimi giorni possiamo ancora una volta dare voce, in una iniziativa comune, ai tanti fratelli e sorelle che vedono soffocare nel sangue il diritto a esistere e a proclamare la fede in Gesù Signore. Anche per loro noi gridiamo: Gesù è il Signore, e chiediamo che si fermi l’ondata di persecuzione che sta devastando il cristianesimo del Medio Oriente e di altre regioni del mondo”.

Quasi in concomitanza, il giorno 22, il Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso ha diffuso una Nota in cui osserva: “Gli avvenimenti di questi ultimi tempi fanno sì che molti ci chiedano: ‘C’è ancora spazio per dialogare con i musulmani?’. La risposta è sì, più che mai”. E lo è, “prima di tutto, perché la grande maggioranza dei musulmani stessi non si riconosce nella barbarie in atto… I credenti costituiscono un formidabile potenziale di pace”.

 

Vescovi umbri

I vescovi dell’Umbria, riuniti in Conferenza, lunedì scorso hanno preso in considerazione le gravi notizie che da tempo incalzano l’opinione pubblica sui cristiani sottoposti a persecuzione in varie regioni del mondo, specie in Medio Oriente.

Desiderano riecheggiare con forza le prese di posizione di papa Francesco, che ha insistentemente chiesto un impegno efficace della comunità internazionale perché non sia versato altro sangue, finiscano le intimidazioni e si creino condizioni di pace, tolleranza e armonia in quelle tormentate regioni.

Analogo interesse i vescovi hanno portato alle ultime notizie di cronaca riguardanti le tragedie dell’immigrazione. Chiedono il superamento della cultura dell’indifferenza e un impegno serio della politica nazionale e internazionale, perché finisca questa triste vicenda, ormai da troppo tempo prolungata, di esistenze travolte dal bisogno e dallo sfruttamento e si diano risposte ispirate a una cultura dell’accoglienza, dell’integrazione e del rispetto dei diritti umani.

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