Parole della Quaresima: carità

La settimana scorsa abbiamo parlato del digiuno. Approfondiamo ora un altro aspetto-chiave della Quaresima, la carità

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Un Emporio Caritas

 

Giubileo della Carità

Una giornata di ritiro per coloro che operano nel servizio della carità è quanto ha chiesto di fare Papa Francesco in questo anno del Giubileo della misericordia. Una giornata da svolgersi nel corso della Quaresima lasciando alle singole realtà locali la scelta del momento e le modalità più opportune, prendendo spunto dal materiale che il Pontificio consiglio “Cor Unum” ha predisposto. Anche le diocesi umbre hanno accolto l’invito, alcune stabilendo un appuntamento diocesano (come Spoleto con la giornata del 5 marzo al santuario del Beato Bonilli a Cannaiola di Trevi), altri (come Perugia) con appuntamenti articolati per unità pastorali.Publichiamo una riflessione di don Paolino Trani, direttore della Caritas diocesana di Città di Castello.

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La carità, intesa come attenzione concreta nei confronti del prossimo bisognoso, è la destinazione autentica di ogni percorso quaresimale, diciamo pure di ogni percorso di fede. La stessa misericordia, se non arriva ad aiutare concretamente le persone in difficoltà, è solo un buon sentimento ricevuto o donato. Ma il sentimento, si sa, se non fa i conti con la realtà così come essa è, rischia di essere una grande illusione. D’altra parte, nella “sera della vita” saremo giudicati sull’attenzione concreta all’affamato, al malato, al carcerato, allo straniero, perché il Signore reputa come data a Lui questo tipo di attenzione, senza che noi lo sapessimo (Mt 25,37-40).

Se tutte le nostre porte sante, pellegrinaggi, celebrazioni eucaristiche e penitenziali, adorazioni e indulgenze non portano i cristiani a riconoscere il Signore Gesù nelle persone affamate, malate, carcerate, straniere, anche quando sono petulanti, sporche e ingannatrici, persino criminali – perché in carcere queste ci sono -, sono tutte manifestazioni religiose a cui manca qualcosa di importante. Certo c’è un amore sano per se stessi che riguarda la propria conversione, il cercare di far pace con se stessi, cercare di comporre i conflitti, le lacerazioni, le fragilità, le ferite, i fallimenti che ogni persona si porta dentro. Per questo ci sono percorsi individuali e comunitari che la tradizione popolare cristiana offre da sempre ai credenti. Poi però bisogna uscire, come dice Papa Francesco, andare incontro al fratello sofferente, soprattutto quello scartato e rifiutato. Visto da una certa prospettiva, il Vangelo può essere letto anche come la storia di un “gran rifiuto”. Gesù è stato rifiutato, dalla nascita nella grotta di Betlemme, fino alla morte in croce fuori della città. Solo la potenza di Dio lo ha risuscitato, confermando la divinità della sua persona e del suo messaggio. Ma da parte degli uomini ha ricevuto violenza, abbandono, indifferenza fino al disprezzo.

Stiamo attenti che questa emigrazione di massa – che interpella tutti noi, perché avviene nel tempo in cui viviamo, con tutti i problemi, le difficoltà che comporta – non ci porti fino al rifiuto o all’indifferenza, invece che all’accoglienza. Nel Mediterraneo, e non solo nel Mediterraneo, si sta consumando un nuovo sterminio. Su questo si preferisce glissare, parlare della gravità del problema e alla fine rimanere paralizzati. E l’Europa, che si vorrebbe “cristiana”, non sembra esprimere nel suo complesso atteggiamenti accoglienti. Anzi stanno diventando minoritari gli Stati e le persone che sanno vedere le sofferenze e i disagi degli immigrati senza andar dietro alle paure o all’assurda affermazione: “Prima i nostri, poi loro”. Si nota inoltre la fatica a far sì che le opere di carità siano anche un fatto d’insieme, comunitario. Si tende al gesto individuale, all’elemosina, che tutto sommato hanno un’efficacia limitata anche se possono tranquillizzare le coscienze.

Oggi più che mai è urgente una carità organizzata, con più persone che osservano attentamente le situazioni di disagio per interventi coordinati, che possono essere più efficaci e a volte risolutivi. È una forma di carità anche lavorare insieme, confrontarsi sulle cose da fare, cercare di raggiungere pazientemente un accordo che dia spazio all’azione e all’intervento. Come è importante fare qualche pellegrinaggio insieme nei luoghi della sofferenza, come case per anziani, case famiglia per persone in difficoltà. Quanto alla carità, credo che ancora ci sia molto da fare e da confrontarsi all’interno delle comunità cristiane. Ci aiuteremmo un po’ tutti, soprattutto ci guadagnerebbero i poveri e affronteremmo meglio le situazioni disagiate.

Concludo queste considerazioni con le parole di Papa Francesco al n. 49 dell’Evangelii gaudium, parole che sono diventate un ‘mantra’ e che dovremmo ripetere continuamente: “Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze”. E ancora: “Più della paura di sbagliare, spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una moltitudine affamata e Gesù ci ripete senza sosta: ‘Voi stessi date loro da mangiare’ (Mc 6,37)”.

 

 

AUTORE: Don Paolino Trani direttore Caritas diocesana Castello

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