Per il rilancio occorre internazionalizzare

ECONOMIA. Qualche considerazione sui recenti documenti Rapporto Ice e Annuario Istat-Ice

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Detroit, panorama.
Panorama di Detroit una delle città del Midwest Usa con un alto potenziale di espansione per l’export made in Italy

Sono stati presentati a Roma il Rapporto Ice 2014-2015 e l’Annuario Istat-Ice 2015, due strumenti che hanno l’obiettivo di fornire un’ampia base informativa nazionale e internazionale sugli scambi di merci e servizi e sugli investimenti diretti esteri.

La presentazione è stata fatta da Riccardo Monti, presidente dell’Ita (Italian Trade Agency) Ice e da Roberto Monducci, direttore di Dipartimento dell’Istat; ha concluso i lavori il vice ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda.

Monti ha evidenziato proprio il collegamento tra lavoro analitico e azioni da attuare all’interno del Piano per il made in Italy, elaborato con il Ministero per definire gli obiettivi quantitativi e valorizzare e indirizzare al meglio gli investimenti pubblici e privati sulle aree dove abbiamo i maggiori vantaggi competitivi e a più forte potenzialità di crescita, per sfruttare i segnali positivi che provengono dallo scenario internazionale: previsioni di crescita del Pil mondiale del 3,3% nel 2015 e del 3,8 nel 2016, degli scambi di merci e servizi del 4,1% nel 2015 e del 5 nel 2016, diminuzione delle barriere commerciali e imminente conclusione di ulteriori negoziati multilaterali e preferenziali, a partire dalla partnership transatlantica (Ttip).

Per l’Italia i segnali di ripresa economica dopo la recessione iniziata nel 2008, registrati nei primi mesi del 2015, evidenziano come l’intensificazione dei processi di integrazione internazionale del Paese (scambi commerciali, accordi di distribuzione e produzione, investimenti esteri) siano il principale fattore dello sviluppo. Occorre ora valorizzare il circolo virtuoso che lega l’apertura internazionale alla capacità innovativa delle imprese e al potenziale di sviluppo del sistema sociale del Paese.

La quota di mercato delle esportazioni italiane è cresciuta nel 2014, consolidandosi al 2,8%, e il rapporto tra esportazioni e Pil è passato dal 28,2% del 2013 al 29,2% nel 2014. Per quanto riguarda la propensione all’export, Monti ha indicato un obiettivo a medio termine ambizioso, ma non impossibile per un Paese manifatturiero e trasformatore come il nostro: raggiungere il 40% del Pil.

Dove andiamo forte

I mercati più dinamici per il made in Italy, nei primi 5 mesi del 2015 sono stati gli Sati Uniti, con un boom del +28% (Monti ha indicato in particolare l’area del Midwest, da sempre marginale nel nostro export, come la più potenziale), seguiti dall’India (+14,2%), dal Medio Oriente (+11,6%), dal Regno Unito (+9,4%), ma buone performances hanno registrato anche Repubblica Ceca, Polonia, Oceania, Spagna e Turchia.

La meccanica si conferma come la “portaerei” dell’export italiano, ma molto bene stanno andando anche l’agro-alimentare, la farmaceutica, la chimica e, tra i settori intermedi, il tessile-abbigliamento, i metalli e i mobili.

Il numero di esportatori nel 2014 ha raggiunto il record storico di 212.023 unità, ma l’obiettivo è un incremento ulteriore del 10% da realizzare anche attraverso un’azione di contatto capillare sul territorio con iniziative come i road-show, una maggiore attività di formazione e di assistenza tecnica, in particolare anche con lo strumento dei voucher per i temporary export manager.

Nelle politiche di sostegno pubblico all’internazionalizzazione, prima frammentate e spesso sovrapposte tra tanti enti erogatori, si è registrato un riassorbimento e un maggior coordinamento tra Ita-Ice, Camere di commercio e Regioni, utilizzando gli strumenti già messi in piedi e il lavoro fatto nell’ultimo biennio.

Umbria… poco propensa

L’Umbria nel 2014, con un export di 3.438 milioni di euro, è rimasta una regione con una bassa propensione all’export: 0,9% del peso dell’export umbro sul totale Italia, 18,0% del rapporto export/Pil (in Italia in media è del 28,2%), 10.741 euro export per occupato (Italia: 20.506 euro).

Anche in Umbria doveva essersi verificato il processo di coordinamento del sostegno pubblico all’internazionalizzazione, con la trasformazione nel 2010 del Centro estero dell’Umbria in Uta – Umbria Trade Agency, ma permane ancora una frammentazione dei soggetti e delle iniziative per la promozione dell’internazionalizzazione, che, in presenza di risorse finanziarie e umane insufficienti (Uta ha mantenuto sostanzialmente invariato l’organico del Centro estero, ma nel contempo è stata chiusa la sede regionale dell’Ice e il relativo personale è stato spostato su altri uffici pubblici), pur avendo realizzato importanti progetti, che hanno coinvolto oltre 600 imprese, non si è potuto ancora realizzare quel salto di qualità necessario per aumentare il numero di esportatori, per l’ampliamento del ventaglio geografico dei mercati serviti e l’erogazione di adeguati servizi di formazione, informazione e assistenza tecnica e promozionale.

L’Uta ha un presidente che è tra i campioni nazionali dell’internazionalizzazione e dell’innovazione, un direttore che ha portato in dote la professionalità e le skills maturate in Italia e all’estero all’interno dell’Ice, uno staff con una lunga e consolidata esperienza nell’assistenza alle imprese umbre, ma il programma promozionale annuale va inserito all’interno di un piano di marketing internazionale a medio-lungo termine, che identifichi obiettivi quantitativi precisi, obiettivi qualitativi chiari, azioni, modalità e mezzi adeguati per realizzarli, mettendo in piedi anche un sistema di monitoraggio dei risultati conseguiti.

Un cambiamento di verso necessario che coinvolge in primis i policy maker (Regione), poi le altre istituzioni (Camere di commercio, Agenzie regionali per l’innovazione e lo sviluppo, ecc.), imprese, meglio ancora reti e cluster di imprese, e loro associazioni e il mondo della formazione (università, scuola, agenzie formative), professionisti e altri operatori del terziario avanzato che supportano i processi di internazionalizzazione d’impresa.

Ma un innalzamento dell’asticella è necessario anche per gli imprenditori: serve una maggiore cultura dell’internazionalizzazione, soprattutto da parte dei giovani imprenditori, “nativi digitali” e spesso globe trotter, un maggior investimento di risorse in capitale umano e in spese di promozione / distribuzione sui mercati esteri, una visione di lungo periodo, senza la quale un processo di internazionalizzazione efficace non ha possibilità di successo.

 

In conclusione

Una maggiore internazionalizzazione può promuovere il rilancio del’economia della nostra regione: una condizione indispensabile e improrogabile per garantirne lo sviluppo e dare speranza ai nostri giovani che passano da un corso a uno stage, a un tirocinio formativo, a una collaborazione professionale precaria, intervallati da periodi di inattività e di vana ricerca di un impiego coerente con il proprio curriculum e le proprie aspirazioni professionali, salvaguardando nel contempo la coesione sociale.

Una sfida dura, ma stimolante, che ci coinvolge tutti, attori pubblici e privati, in primis il nuovo Consiglio e la nuova Giunta regionale. I compiti stavolta non li assegna l’Europa, ma il Mercato globale!

 

AUTORE: Alberto Mossone

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