Perugia. Il Prefetto Reppucci rimosso per le accuse alle mamme

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Prefetto Antonio Reppucci“A chi si è ritenuto colpito dall’asprezza delle mie parole chiedo scusa per una frase infelice inserita in un intervento articolato, che si è protratto per oltre un’ora, finalizzato a difendere l’immagine di Perugia e cercare di stimolare il coinvolgimento dell’intera società civile locale, soprattutto il mondo delle famiglie che accompagnate efficacemente da scuola, volontariato, potessero contrastare più in profondità ed energicamente, il triste e deleterio fenomeno dello spaccio-consumo di droga”.

Lo ha scritto il Prefetto Antonio Reppucci in una lunga nota inviata mercoledì scorso “nel lasciare la provincia di Perugia, per i fatti a tutti noti, e per i quali mi rimetto – scrive Reppucci – alla comprensione generale circa la valutazione degli stessi e l’interpretazione del messaggio che si voleva concettualmente trasmettere al di là delle espressioni letterali usate, che evidentemente potevano valere in un contesto ancora più confidenziale e colloquiale”.

Nel suo appassionato intervento, il prefetto Reppucci aveva fatto osservazioni in gran parte condivisibili, ma sicuramente anche con parole sbagliate per un rappresentante dello Stato in un momento pubblico come una conferenza stampa. Come quando, parlando della responsabilità e del permissivismo di certi genitori, ha detto che “il cancro è nelle famiglie” e che una madre il cui figlio si droga ha fallito e “si deve suicidare”! Frasi dalle quali si è dissociata con un comunicato stampa Antonella Duchini, reggente della Procura della Repubblica di Perugia, che ha anche accusato il prefetto di “discriminazione di genere” per quanto detto sulle mamme.

Si è aperta così una rovente polemica anche a livello nazionale, riportando così l’attenzione su Perugia “capitale della droga” in giornali e telegiornali. È intervenuto anche il presidente del Consiglio Matteo Renzi che in un twitter parla di “frasi inaccettabili per un servitore dello Stato”, mentre il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha annunciato la sua rimozione per lo stesso motivo. “Bisogna andare oltre le parole” che vanno valutate nel loro contesto – aveva replicato il prefetto, secondo il quale da famiglie troppo autoritarie si è passati a famiglie troppo permissive. “C’è chi vuol costruire e chi vuol distruggere – aveva aggiunto – e io voglio costruire”.

Subito dopo il suo arrivo a Perugia nell’estate scorsa, il prefetto aveva partecipato a un’assemblea sulla sicurezza promossa dal Comitato popolare in piazza Grimana. “Se si vende tanta droga – aveva detto – è perché i vostri figli, nipoti e amici la consumano”. Frasi salutate dai fischi della gente che affollava la piazza davanti all’Università per Stranieri. Si ha insomma l’impressione che, se il prefetto ha osato toni e parole eccessive per il suo ruolo, c’è anche tanta gente (troppa) che non vuole ascoltare chi mette il dito nella piaga.

AUTORE: Enzo Ferrini

1 COMMENT

  1. Perugia non si merita periodiche devastanti “gogne mediatiche”.
    Prolungare la permanenza nei media di notizie sul triste caso delle dichiarazioni del prefetto di Perugia non porta alcun beneficio, anzi, alimenta polemiche non affatto salutari. Soprattutto si continua, anche se indirettamente e involontariamente, a mancare di rispetto a quei genitori che hanno figli con problemi di tossicodipendenza.
    L’uso di sostanze stupefacenti è un fenomeno di gravissima povertà umana, persistente ormai da diversi lustri anche nella nostra Umbria, che può coinvolgere chiunque, nei confronti del quale non si deve mai abbassare la guardia.
    Se i media danno puntualmente risalto a fatti gravi di cronaca nera relativi allo spaccio e all’uso di droghe, è perché questi fatti, purtroppo, si verificano e vanno comunicati nel rispetto del diritto/dovere di cronaca. Il loro racconto obiettivo e non esasperato contribuisce a dare una «scossa» alla società civile, a sensibilizzare istituzioni, anche religiose, agenzie educative e famiglie.
    Comunque, questa triste vicenda ha almeno un aspetto positivo, quello di aver fatto conoscere delle toccanti storie di vita di padri e madri che hanno avuto dei figli con problemi di tossicodipendenza e che sono riusciti a superarli con l’aiuto di Dio e degli uomini.
    Sono storie di speranza, che hanno sconfitto la morte e se non ci fosse stato il “caso prefetto perugino”, forse, nessuno l’avrebbe mai raccolte, pubblicate o mandate in onda.

    Il prefetto di Perugia, definito da non pochi suoi estimatori «un fedele e intransigente servitore dello Stato con un’elevata competenza e professionalità, unite a non comuni doti umane», ha convocato una conferenza stampa con l’intento di difendere l’immagine della città capoluogo cercando di scuotere le coscienze di tutti, in primis delle famiglie, ma ha ottenuto l’esatto contrario ed anche per questo ha compreso di aver «sbagliato» mettendosi «a disposizione del ministro».
    Ciò che mi lascia un po’ perplesso è la dichiarazione dello stesso prefetto raccolta dall’agenzia «Ansa» lunedì 23 giugno: «era solo una frase pronunciata con il caratteristico intercalare napoletano: suicidati nel senso che hai fallito, che non sei riuscito in qualcosa. Non che ti devi ammazzare davvero. Sono cattolico e praticante, figuriamoci se posso mai davvero istigare una persona a suicidarsi».
    Mi chiedo da giornalista-addetto stampa se in un incontro ufficiale in Prefettura con gli operatori dei media, quindi di “comunicazione istituzionale”, su un argomento delicato quale è l’ordine pubblico e la sicurezza dei cittadini, come si possano pronunciare frasi «con il caratteristico intercalare napoletano». Meno eco si dà a dichiarazioni del genere e meno si danneggia colui che le pronuncia e la stessa città di Perugia. Auspico al più presto il “silenzio stampa” su questa vicenda, pensando di interpretare anche il sentimento della maggioranza dei perugini e nel condividere il pensiero del loro sindaco: «indire qualche conferenze stampa in meno e concentrarsi sulle cose da fare per risolvere i problemi».
    Riccardo Liguori
    Coordinatore della “Sezione” per le Comunicazioni sociali della Ceu

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