Quattro suore

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Quello su cui hanno sparso la loro fioca luce le mie ultime, pallenti abats jours (o abat jours?) si lega a due ricordi personali precisi di quegli anni conciliari.
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1960. Il rammarico per non aver conosciuto quand’era tempo, cioè nel cuore della mia formazione teologica, i vari Chenu, Congar, De Lubac, Danielou e soprattutto Rahner motivò un mio tentativo di andare anch’io “aux sources”; acquistai in una libreria del centro “Le drame de l’humanisme athée”, di De Lubac; lo feci di soppiatto, più volte guardandomi sospecciosamente tutt’intorno, quasi stessi per chiedere Les Onze Mille Verges ou les Amours d’un hospodar di Guillaume Apollinaire.
L’acquistai con la presunzione di digerirlo poi, pian piano, nel testo francese, lingua che credevo di conoscere bene: alla scuola media del seminario di Gubbio per cinque anni ci avevano insegnato proprio il francese, e quindi… Mi tuffai nella lettura del testo di De Lubac, impiegai mezz’ora a leggere la prima pagina, col dizionario vicino; dovetti abbandonare l’impresa alla terza pagina. Il francese che ci avevano insegnato era il francese delle eccezioni, quello sulla base del quale (“tutto gufi e ciottoli”, dice la “Lettera a una professoressa”) alla Scuola media di Vicchio bocciavano i ragazzi di Barbiana agli esami di terza media: della lingua francese sapevamo tutte le curiosità  (Mettere l’articolo davanti al pronome possessivo era come bestemmiare in chiesa; il numero 80 poteva anche essere detto come un “quattro volte venti”;…), ma non saremmo stati capaci di acquistare alla stazione di Lione un biglietto del treno per Parigi.
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Più tardi la dimostrazione di quanto fosse ormai superata e inutile la mia formazione teologica, anche se solidamente centrata sul solidissimo san Tommaso, l’ebbi quando, giovane prete, l’Ufficio catechistico diocesano m’incaricò di tenere un corso di teologia per giovani motivati ad approfondire il messaggio cristiano; intorno a don Graziano Reginelli e a me, ambedue preti freschi di sacro crisma, s’era formato un bel gruppo di giovani; molti di loro erano anche “cristianamente motivati”, ma non esitarono a sganasciarsi dalle risa quando lessero l’incipit dell’invito col quale il Direttore della Catechesi diocesana li sollecitava a partecipare al Corso di Teologia: “Dio da tutta l’eternità ha fatto il suo Cristo, e dunque…”; qualche anno prima Serse, il fratello di Fausto Coppi, durante il Giro d’Italia l’aveva fatto anche lui, il suo cristo, e c’era rimasto secco, poverino.
Prima lezione del Corso (“L’Essere e l’Essenza”): dieci dei “miei” ragazzi e quattro suore.
Alla seconda lezione erano presenti solo le quattro suore. Ma dopo un quarto d’ora dormivano tutte. La più sfacciata russava, pure! Erano le prime emule della Signorina Scolastica, ormai a riposo.

AUTORE: Angelo M. Fanucci

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