Questo è il tempo della riconciliazione

Secondo momento di approfondimento nell’ambito della nuova rubrica di riflessione culturale inaugurata da “La Voce” nel numero scorso

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matrimonio-civileLa lettera pastorale del card. Gualtiero Bassetti Missione e conversione pastorale presentata il 14 settembre, contiene un passaggio interessante circa la capacità di accogliere in seno alla comunità ecclesiale situazioni cosiddette “irregolari”. Ciò suscita una riflessione specialmente in riferimento al Sinodo sulla famiglia – che si svolge questi giorni a Roma -, che riporta alla memoria un atteggiamento di fondo con cui la Chiesa ha affrontato diverse situazioni critiche.

È il caso per esempio della grande questione della Gnosi, che si spaccia per messaggio evangelico e invece si appropria del linguaggio utilizzato all’interno delle comunità ecclesiali, ma attribuendo un diverso significato ai termini, e di conseguenza traendone un’interpretazione contraria a quella trasmessa dagli apostoli; e perciò apportando un insegnamento morale erroneo.

Tra i diversi testi che riguardano questo tema, la Prima lettera di Giovanni lascia trasparire questa problematica, opponendo a una conoscenza esoterica per iniziati (propria degli gnostici) quella divulgata apertamente (propria delle comunità apostoliche): “Sono usciti in mezzo a noi, ma non erano dei nostri… Ora voi avete l’unzione ricevuta dal Santo e tutti avete la scienza” (1Gv 2,19.20). La Chiesa giovannea vuole comunque risolvere la disputa tenendo conto della condizione di fragilità dei suoi membri: “Se riconosciamo i nostri peccati, Egli che è fedele e giusto ci perdonerà i nostri peccati e ci purificherà da ogni colpa. Se diciamo che non abbiamo peccato, facciamo di Lui un bugiardo” (1Gv 1, 9-10).

“Non esiliare lo Spirito”

Un simile atteggiamento nei confronti dei dissidenti lo troviamo nella Seconda lettera di Pietro. Il suo autore ammoniva severamente coloro che o formalmente o nei comportamenti (attratti dalla requiescenza del modello di vita pagano) fuoriuscivano dalla comunità; citando Proverbi 26,11, li paragonava a cani che si cibano del loro vomito, ma ribadiva il sussistere della misericordia di Dio, che usa pazienza, cosicché tutti abbiano modo di pentirsi.

Come non ricordare poi l’annosa questione dei lapsi, cioè coloro che per sfuggire alle prime persecuzioni erano venuti meno alla testimonianza della loro fede: non tutti accoglievano di buon grado il martirio. Cipriano di Cartagine biasimava i presbiteri ‘lassisti’ che, senza interpellare il vescovo e senza una adeguata penitenza, riammettevano i lapsi all’eucarestia. La questione si trascinò, ma alla fine si crearono le condizioni per una loro riammissione in seno alla comunità. Certo, era morta tanta gente e molti avevano pagato a caro prezzo la loro appartenenza alla chiesa, ma Dionigi d’Alessandria ricordò che non si poteva “esiliare lo Spirito santo” (cf. Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica, VII, 7), rifiutando anche una remota possibilità del ritorno per coloro che avevano sacrificato agli idoli sotto tortura, o si erano procurati una tavoletta con una falsa certificazione del sacrificio idolatrico.

“Puri” e “traditori”

In questa piccola menzione di eventi trova il suo spazio anche la polemica di Agostino con i Donatisti. Il donatismo scaturì dall’indignazione collegata alla consegna – avvenuta tra il 303 e il 305 – dei libri delle Scritture alle autorità imperiali da parte di molti membri del clero dell’Africa del Nord. Agli occhi di chi aveva resistito, questi furono considerati traditori, indegni della condizione clericale. Il movimento donatista si espanse tanto da raggiungere la dimensione di una Chiesa parallela. Addirittura, i donatisti si consideravano un tipo di umanità diverso rispetto a quello dei cattolici: una umanità di ‘duri e puri’. Agostino, nella conferenza congiunta cattolico-donatista dell’estate del 403, li esortò a rientrare nella Grande Chiesa e a prendere atto della condizione di peccato propria di tutti gli uomini, cristiani compresi (cf. Post collationem contra donatistas), esaltando la bontà della Chiesa che richiama e accoglie gli erranti (cf. lettera 185, De correptione Donatistarum).

Illuminante è in ultima istanza la disciplina seguita dalla Chiesa fino al IV secolo circa l’amministrazione del sacramento della riconciliazione. Come noto, si dava solo una seconda possibilità ai battezzati per ricevere il perdono dei peccati in tutta la loro vita. Tale disciplina era detta “penitenza canonica”. Preme al riguardo ricordare ciò che Agostino consigliava ai più giovani che desideravano intraprendere il duro percorso penitenziale. Il Vescovo ipponense li spingeva a essere prudenti, non sottovalutando la possibilità di ricadere nuovamente nei peccati durante l’arco della loro esistenza, attendendo quindi di giungere a un età più avanzata.

Dunque, all’interno della comunità vi erano persone che venivano tollerate pur trovandosi in stato di peccato e in attesa di purificazione. Tutti questi avvenimenti condividono una dinamica comune, consistente in una frattura generatasi in seno alla comunità ecclesiale, con complesse implicazioni ricadenti sulla disciplina ecclesiale e sul comportamento dei fedeli. La preoccupazione della Chiesa su come risanare tale frattura e superare la separazione venutasi a creare portò frutti di nuovi ricongiungimenti.

Un problema inedito

Oggi siamo in presenza di una questione mai affrontata con queste proporzioni dal “Patriarcato d’Occidente”, cioè la Chiesa di Roma. Questa problematica, che potremmo ascrivere tra quelle situazioni irregolari cui si riferisce il card. Bassetti, è quella dei separati-divorziati e divorziati-risposati. È palese la sofferenza che la Chiesa vive al suo interno e il disagio profondo che la società civile manifesta circa il persistere dell’incapacità di superare tale problematica. Le persone che vivono tale condizione si sentono di fatto escluse dalla vita ecclesiale, e la Chiesa non riesce a fornire loro una reale soluzione, sentendosi quasi prigioniera delle sue stesse norme.

Appare evidente che non si tratta di escogitare qualche ‘trucco’ o di praticare ‘facili sconti’, oppure di rifarsi a un Vangelo ‘allo stato puro’ come se le norme successive fossero in qualche modo una sovrastruttura. Si tratta di interpretare correttamente e adeguatamente il connubio che la Dei Verbum sancisce: quello tra Scrittura e Tradizione. E di utilizzare il grande potenziale che la Chiesa da sempre possiede: quello di saper comunicare la fede in un mondo che cambia.

In tal senso si esprimeva Vincenzo di Lerins circa la possibilità di un progresso nell’intendere il dato rivelato e trasmesso: “Qualcuno dirà: non vi sarà mai alcun progresso della religione, quindi nella Chiesa di Cristo? Certo che ci sarà, e anche molto grande!… A condizione che si tratti di un reale progresso per la fede” (Commonitorio,XXIII, 1-2).

Urge un progresso

A tale proposito, può apparire un progresso nell’intendere l’indissolubilità del matrimonio l’intuizione invocata dai più e riportata con molta lucidità da Giovanni Cereti. Il costituirsi del sacramento del matrimonio si fonda su due elementi legati, da una parte, alla sua celebrazione e, dall’altra, dal fatto che sia consumato, cioè che gli sposi pervengano all’unione intima. Cereti parla di “consumazione esistenziale”, che consiste nell’istaurarsi di un vero rapporto di amore tra gli sposi (Matrimonio e indissolubilità, Bologna 2014, pp. 325-326).

Ascoltare la sofferenza di tanti nostri fratelli e comprendere la reale difficoltà legata a fattori di ordine sociologico, psicologico e spirituale potrà portare alla capacità di superare la frattura in seno alla comunità ecclesiale circa la questione dei divorziati-risposati. Essi chiedono una reale possibilità di essere parte della Chiesa; e la Chiesa, dal canto suo, ha assoluta necessità di fornire a se stessa un progresso nella comprensione del matrimonio-sacramento.

Ai Pastori la grave responsabilità di fornire strumenti con cui consentire il risanamento della ferita, attingendo alle grandi risorse spirituali di cui dispone il patrimonio della comunità cristiana. Mai come oggi la Chiesa è chiamata a credere in se stessa e, così facendo, credere nel suo Signore, quel Dio che vuole tutti al suo banchetto (Mt 22,1-14).

Sembra sia maturo il tempo della riconciliazione, il tempo della clemenza.

AUTORE: Don Francesco Benussi docente alla Scuola diocesana di teologia di Perugia

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