Il Reddito di cittadinanza sarebbe meglio o peggio del Reddito di inclusione?

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Si fa un gran parlare sui media, in un dibattito dai toni spesso accesi, del cosiddetto Reddito di cittadinanza in termini di obiettivi perseguiti, importi erogabili, possibili beneficiari, limiti di spendibilità… Un dibattito in parte strumentalizzato a fini di propaganda politica, in parte frammentato in aspetti puramente operativi, ma di frequente del tutto lontano dai problemi che più profondamente si pongono, se si vuole garantire un efficace contrasto alla povertà.

Reddito di inclusione (Rei)

Come abbiamo più volte sottolineato su La Voce, il decreto 147/2017 istitutivo del Reddito di inclusione (Rei, al quale viene contrapposto nel dibattito in corso il Reddito di cittadinanza – Rdc – proposto dal Governo in carica) suppone che il successo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale richieda, a supporto delle misure di sostegno al reddito, uno sviluppo adeguato dei sistemi di welfare territoriale, in linea con lo spirito della legge 328/2000 (imperniata su un sistema integrato di servizi sociali).

Per assicurare l’inclusione delle persone e delle loro famiglie occorre “rispondere a bisogni complessi (non solo scarsità di reddito e problemi di disoccupazione e di precarietà lavorativa, ma anche problemi abitativi, bisogni di cura, conciliazione, socio-educativi), coinvolgendo attori diversi a differenti livelli istituzionali (ministero del Lavoro e delle politiche sociali, Inps, Regioni, Ambiti territoriali, Comuni, Servizi per l’impiego, organizzazioni di terzo settore) e imponendo un cambio di prospettiva significativo per il sistema dei servizi” (D. Mesini [a cura di], Lotta alla povertà: i servizi al centro, Maggioli, 2018, p. 10).

Per questo il Rei può rappresentare “una testa di ponte per una complessiva riforma del sistema dei servizi sociali italiani, in linea con lo spirito della L. 328/2000”. Ma il Rei, pur rappresentando una svolta importante, da tempo attesa, nelle nostre politiche contro la povertà, è come noto caratterizzato da un grado attuale di consistenza e diffusione assolutamente inadeguato (Emanuele Ranci Ortigosa, Movimenti intorno al Rdc, su welforum.it, 20/9/2018).

Reddito di cittadinanza (Rdc)

Quanto al Reddito di cittadinanza (per il quale si attende un apposito disegno di legge), come si legge nella Nota di aggiornamento al Def 2018 (p. 91), duplice è lo scopo perseguito nell’introdurlo: “1) sostenere il reddito di chi si trova al di sotto della soglia di povertà relativa (pari a 780 euro); 2) fornire un incentivo a rientrare nel mercato del lavoro, attraverso la previsione di un percorso formativo vincolante, e dell’obbligo di accettare almeno una delle prime tre proposte di lavoro eque e non lontane dal luogo di residenza del lavoratore”.

Rei e Rdc a confronto

Per quanto il Rei e il Rdc appartengano entrambi alla famiglia dei redditi minimi, la cui erogazione è sottoposta a varie condizioni, reddituali e di comportamento (E. R. Ortigosa, Rei e Rdc: benefici, differenze, convergenze, su welforum.it, 16/5/18), il Rei può ritenersi più selettivo e rivolto ai più poveri, alla povertà assoluta, a cui vuole garantire un livello minimo di sussistenza; e invece il Rdc più attento alla povertà relativa (con una soglia di riferimento ben più elevata del Rei, quella del rischio di povertà definito dalle statistiche europee), più universalistico, volto a garantire un tenore di vita adeguato e orientato a portare benefici anche ad appartenenti alle classi medie (E. R. Ortigosa, Movimenti intorno al Rdc, su welforum.it, 20/9/18).

Il Rdc, fortemente centrato sul lavoro (iscrizione obbligatoria ai Centri per l’impiego, ricerca attiva del lavoro, corsi di formazione o riqualificazione professionale…), sugli inoccupati e sui disoccupati poveri, garantendo continuità economica per i periodi in cui non c’è occupazione (Nota di aggiornamento al Def 2018, p. 91), può trascurare la presenza di condizioni personali o familiari che rendono difficile svolgere un’attività lavorativa, e che richiedono specifici interventi di sostegno economico e socio-assistenziale, previsti invece dal Rei.

Se si vuole veramente lottare contro la povertà, è richiesto un approccio globale e multidimensionale, preventivo, e di valorizzazione delle risorse disponibili della comunità, applicando in maniera coordinata le diverse politiche locali. La misura di contrasto alla povertà è infatti orientata a realizzare concretamente pari opportunità e diritto alla dignità di ciascun individuo, accogliendo la situazione nella sua globalità personale e familiare.

Sarebbe estremamente riduttiva una sua applicazione separatamente dalle politiche del territorio: sanitarie, abitative, di sviluppo economico e occupazionale, della formazione e dell’istruzione (vedi A. Bartolomei e M. Totis, in D. Mesini, Lotta alla povertà…, cit., p. 38). Studiosi autorevoli chiedono al Governo in carica un riconoscimento di quanto è stato fatto sinora con il Rei, per utilizzarlo, estenderlo, migliorarlo.

Quanto fatto per il Rei può ritenersi funzionale e utile anche ad uno sviluppo del Rdc. Il Rei va salvaguardato, anche introducendo nuovi sviluppi, in particolare sul fronte dell’inserimento lavorativo, privilegiato dall’attuale maggioranza di governo (E. R. Ortigosa, Movimenti , cit.). In ogni caso, si raccomanda un confronto schietto, privo di semplificazioni fuorvianti e di accentuazioni propagandistiche, sui nodi fondamentali della drammatica e crescente presenza di povertà in Italia, e sulle azioni più opportune per affrontarli.

Pierluigi Grasselli
Osservatorio povertà – Caritas Perugia

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