Si vende di tutto

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di Angelo M. Fanucci

Nella lettera settimanale che il Gibbo, la mia minuscola associazione di volontariato informatico, spedisce da dieci anni a un numero indefinito di lettori che non ho l’onore di conoscere, ho avuto modo di parlare de Il Giorno, il quotidiano che a Barbiana don Lorenzo Milani aveva adottato come libro di testo. E ho detto della straordinaria qualità di quel quotidiano nei dieci anni in cui a dirigerlo fu Italo Pietra. Ce ne siamo giovati tutti noi che oggi, sul rettilineo finale della vita, in sofferto silenzio ci stringiamo nelle spalle quando in tv appare Silvio pettoruto, o Matteo templare d’accatto, o la Meloni vaporosa che, appena uscita da un presepe settecentesco, già vuol diventare presidente del Consiglio dei ministri.

A proposito, se qualcuno dei miei 17 lettori volesse ricevere quella lettera settimanale, non ha che da richiederla per email ad antoniolanuti@tiscali.it. Chissà che non ci trovi qualcosa di buono?

Il Giorno, dunque, quello di allora. Quello di oggi, col suo altissimo tasso di omogeneizzazione, non ne è nemmeno lontano parente.

Il Giorno di allora. Io rischio di canonizzarlo immeritatamente. Perché l’inerranza noi uomini l’abbiamo persa per tempo, addirittura col “capo di casa”, quando bluffò con Dio e tentò poi di giustificarsi con lo scaricabarile nei confronti di sua moglie, che da parte sua non esitò a trovarsi un serpente sul quale esercitare la stessa, immorale pratica dello scaricabarile.

Penso a un particolare numero del Giorno, quello del 28 gennaio 1967. La notte precedente un giovane cantautore dal profilo intenso e problematico, Luigi Tenco, s’era suicidato perché “Ciao amore”, la canzone con la quale aveva partecipato al Festival di Sanremo, era stata bocciata.

Il Giorno del 28 gennaio 1967 titolava il suo articolo sul festival: “Tenco, una disperazione commerciale”. Ma il giudizio negativo si avvitò rapidamente su se stesso e divenne positivo. Mi pare che solo Sandro Ciotti osò dire, nel corso di un’intervista tv, che “Ciao amore” era la più brutta di tutte le canzoni scritte da Tenco. Per il resto, osanna a iosa.

Già, Romae omnia veneunt, a Roma si vende di tutto. Anche la morte. La casa editrice della canzone di Tenco ne aveva messo in programma la vittoria e aveva preparato una vendita di 40.000 copie della canzone. Le vendite furono 300.000 solo nei primi tre mesi.

Ci sono 100 motivi che mi inducono a evitare il Festival di Sanremo. Questo dell’impennata della vendita per la mediazione del suicidio dell’autore è il n. 101. Nell’ultimo che ho visto, ricordo una certa Gigliola che cantava di non avere l’età.

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