Sisma: ora l’emergenza è l’attesa della gente

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Le violente scosse di terremoto del 26 e 30 ottobre 2016 sono state quelle che hanno colpito più duramente la Valnerina, in particolare le comunità di Norcia, Cascia e Preci. In un batter d’occhio la gente ha perso la casa, il lavoro, la serenità. Ringraziamo Dio perché non abbiamo dovuto piangere morti, come i nostri vicini delle Marche e del Lazio dopo le scosse del 24 agosto. Il nostro territorio però è profondamento ferito, soprattutto è privo di quei gioielli di fede, arte e tradizioni che hanno reso la Valnerina “famosa” in tutto il mondo e che costituivano i punti fermi dell’identità di un popolo laborioso, onesto, genuino: penso alla chiesa di S. Salvatore a Campi di Norcia, all’abbazia di S. Eutizio a Preci, grande patrimonio dell’esperienza benedettina in terra umbra, e infine alla basilica di S. Benedetto a Norcia, la cui immagine è ormai conosciuta ovunque quasi come la “icona” di questo sisma. Come Chiesa diocesana celebreremo questo primo anniversario in maniera propositiva, invitando alla preghiera e alla riflessione, nella certezza che la cosa più urgente, insieme alle case, ai luoghi pubblici, alle aziende e alle chiese, è la ricostruzione dell’interiorità dell’uomo e del tessuto sociale.
Perché il terremoto non è solo un fatto di cronaca, ma anche di coscienza. Dobbiamo imparare a “leggere dentro” questo evento. E il primo insegnamento da trarre è che l’uomo non è proprietario né della sua vita né del suo tempo: basta infatti una scossa di pochi secondi per azzerare tutto quello che con sforzo ha costruito. Solo unendo le forze – istituzioni civili ed ecclesiastiche, cittadini, associazioni, ecc. – riusciremo a contrastare l’eredità più subdola che il sisma ci ha lasciato: lo spopolamento non solo dei piccoli paesi ma anche dei centri più grandi come Norcia e Cascia.
Tenacia, condivisione, fede e attesa sono le parole che sintetizzano questi dodici mesi da terremotati. Tenacia perché tanta gente ha visto crollare la sua casa per la terza volta (terremoto del 1979, del 1997 e ora) e, dopo un primo tempo di scoraggiamento, non si è persa d’animo e ha affrontato con fiducia e determinazione una nuova sfida. Condivisione: penso con ammirazione, commozione e gratitudine ai miei preti, sempre presenti con la loro gente e all’abbraccio solidarietà umana e cristiana che ci ha avvolti. La vicinanza, l’affetto e gli aiuti di tantissime persone sono stati poi i doni più belli che abbiamo ricevuto.
La fede: in momenti come questi, più che mai, ci si appella a Chi sappiamo non ci lascia mai soli, all’unica certezza che non può crollare. Ho visto persone colpite più per il crollo delle loro chiese che delle loro case. Attesa: la gente vuole vedere concretizzate le tante affermazioni e promesse circa la ricostruzione, ancora purtroppo stagnante.
L’ho ripetuto più volte e lo faccio ancora: in tempo di emergenza bisogna superare tutti i passaggi burocratici non strettamente necessari e iniziare finalmente la ricostruzione, nel pieno rispetto della legalità e nella trasparenza. La vera urgenza è la risposta ai bisogni della gente, che attende segnali positivi. Dopo un anno possiamo dire che l’emergenza classica è terminata. Non è terminata, invece, quell’emergenza che potrà dirsi chiusa quando ognuno avrà fatto ritorno alla propria casa.
Il terremoto comunque ci ha insegnato due cose fondamentali. Primo: la solidarietà. È un peccato che per scoprirla e metterla in atto sia necessaria una scossa sismica. Vero è che nel momento della prova emergono gli aspetti più belli del cuore umano. Facciamo diventare la solidarietà uno stile di vita! Secondo: l’apertura di orizzonti. Ci preoccupiamo abitualmente del nostro piccolo mondo, della nostra quotidianità. Il terremoto ci ricorda che, vicino o lontano da noi, tante persone soffrono come noi e anche più di noi per altrettante catastrofi. Anche nella prova, non dobbiamo rinchiuderci in noi stessi, preoccupati solo del nostro benessere. Teniamo aperta la porta della nostra mente e del nostro cuore!

AUTORE: Renato Boccardo, Arcivescovo di Spoleto-Norcia, presidente della Conferenza episcopale umbra

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