Titubanti alle urne: perché

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di Pier Giorgio Lignani

L’incertezza di tanti elettori chiamati al voto non deriva – come molti dicono dall’astrusità delle schede elettorali e dalla complessità dei meccanismi che trasformeranno quelle schede in seggi parlamentari. Quanto a questo, in Italia si è visto di peggio. Ai tempi della cosiddetta Prima Repubblica c’erano quattro diversi sistemi di voto – e di calcolo dei voti – rispettivamente per la Camera, il Senato, il Comune e la Provincia; e almeno tre su quattro comportavano formule di calcolo che solo pochi addetti ai lavori conoscevano. Ma nessuno ci faceva caso, perché agli elettori le formule algebriche non interessavano. A loro bastava e avanzava quello che sapevano: e cioè quali indirizzi politici c’erano dietro quei simboli di partito – lo scudo crociato, la falce e martello, il sole nascente, la fiamma tricolore – e quale di essi corrispondeva ai suoi interessi e (perché no?) ai suoi ideali. Sapevano anche chi erano quei tizi che si candidavano; li conoscevano perché per essere messi in lista bisognava avere alle spalle una storia di militanza, aver dato prova di sé nelle sezioni di partito, nelle parrocchie, nei sindacati, nelle associazioni culturali.

Non c’era spazio per ambiguità, trasformismi, furberie. Se molti dei simboli che vedremo sulle schede il 4 marzo ci sembreranno poco leggibili, non sarà per i difetti tecnici della legge elettorale, ma perché troppe di quelle forze politiche non hanno un’identità precisa, una storia coerente, tanto meno un progetto chiaro.

Oggi quando il progetto c’è ed è espresso con chiarezza, forse è anche peggio, perché è solo uno slogan suggestivo per acchiappare voti facendo leva su emozioni e paure irrazionali, o promettendo soluzioni semplici per problemi terribilmente complessi: come mirabolanti riduzioni di tasse, chiusura delle frontiere ai migranti, creazione di posti di lavoro dal nulla. Nessuno si occupa invece della politica internazionale, o globale, a medio e lungo periodo, che è invece quella che condizionerà di più il nostro futuro: non siamo più il centro del mondo, e da un pezzo.

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