Troppe diocesi, come accorparle?

CHIESA ITALIANA. Si torna a parlare del riordino dei territori ecclesiastici. Da fare, ma senza “panico”

L’Osservatore Romano del 31 gennaio, riportando i temi affrontati dal Consiglio episcopale permanente della Cei, si sofferma lungamente sul riordino delle diocesi in Italia con un articolo intitolato “Per il bene del popolo di Dio”. Se il quotidiano semi-ufficiale della Santa Sede ritiene di fare una cronaca del percorso che da qualche decennio a questa parte sta ritoccando i confini delle circoscrizioni ecclesiastiche del nostro Paese, evidentemente si inizia a discutere di progetti concreti, e il tempo delle fantasie – ma anche dei campanilismi e delle miopie pastorali – sta inesorabilmente per scadere. Il quotidiano vaticano informa in primo luogo i lettori che, dopo l’affondo di Papa Francesco di fronte ai Vescovi italiani nel 2013, “la Congregazione per i vescovi ha richiesto alle conferenze episcopali regionali il parere su un progetto di riordino che dovrà essere espresso entro la fine d’agosto 2016”.

Del resto – ricorda ancora l’Osservatore – già il Concilio Vaticano II, poi ripreso da Paolo VI, si era espresso sull’eccessivo numero di diocesi, che nel 1986 – dopo un lungo processo di accorpamenti non privo di ostacoli – passarono da 325 alle 226 dell’assetto attuale, per tendere a un numero ideale di 119. Alcuni ricorderanno di certo i cambiamenti che hanno riguardato varie diocesi della nostra regione in quegli anni, iniziati con la nomina di vescovi di diocesi vicine ad amministratori apostolici di circoscrizioni più piccole. rimaste senza pastore per morte o anzianità. È stata questa la sorte di Amelia aggregata a Terni e Narni, di Città della Pieve accorpata a Perugia, di Todi unita “nella persona del vescovo” con Orvieto, di Norcia fusa con Spoleto, ma anche di Gubbio temporaneamente unita con Città di Castello e di Assisi e Nocera e Gualdo, che sono state unite per un certo periodo a Foligno e successivamente si sono fuse tra loro. Quel percorso di integrazione allora non fu portato a compimento, ma oggi torna attuale per quelle diocesi che non raggiungono in termini di popolazione, clero e risorse la “massa critica” per essere funzionali. Anche se i criteri per la ridefinizione dei confini delle diocesi umbre – e in generale di quelle italiane – sono ancora da definire, tuttavia la strada è tracciata.

Per dirlo con le parole che Paolo VI usò già nel 1966 davanti all’assemblea della Cei, è necessario che le diocesi abbiano “un’estensione territoriale, una consistenza demografica, una dotazione di clero e di opere idonee a sostenere un’organizzazione diocesana veramente funzionale, e a sviluppare una attività pastorale efficace e unitaria”. In effetti, la complessità della vita ecclesiale non consente più a piccole diocesi, povere di clero e di laicato, di operare con l’efficacia che la società e i tempi attuali richiedono, mentre i moderni mezzi di comunicazione permettono di ampliare di molto il raggio di azione di ogni singola Chiesa locale nell’essere “segno della presenza e dell’azione del Signore risorto”, senza per questo ridursi a essere ”espressione di una struttura o di una necessità organizzativa” – citando le espressioni di Papa Francesco. L’operazione non può essere fatta a cuor leggero, e molti sono i fattori da considerare nella peculiare situazione italiana che vede un numero di diocesi del tutto anomalo: ogni Chiesa locale ha la sua identità, in cui i dati di popolazione, clero e territorio si uniscono a caratteristiche sociali e culturali spesso molto radicate, tanto da rappresentare a volte solo un retaggio storico. Paolo VI auspicava che il riordino delle diocesi avvenisse senza “suscitare il panico e l’opposizione”, e noi, soppesati con attenzione tutti i fattori, ci auguriamo lo stesso.

 

AUTORE: Fabio Massimo Mattoni