Un saluto pieno di grazia

Commento alla liturgia della Domenica “FIRMATO” Famiglia IV Domenica di Avvento - anno C

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L’ultima domenica prima di Natale ci dona un Vangelo che è un’icona tra le più belle della sacra Scrittura: l’incontro tra Maria, la madre di Gesù, e sua cugina Elisabetta. Un incontro che molti aspetti rendono attraente. Due donne incinte si ritrovano, unite dalla comune sorte di essere diventate grembi di uomini chiamati a una vita straordinaria. Due gravidanze eccezionali, di una donna vergine e di una sterile, di una giovane e di una anziana, accomunate dall’aver visto e accolto la potenza di Dio nella loro vita. Entrata in casa, Maria saluta la cugina: la reazione che suscita è tale che ci possiamo ben immaginare un saluto non distratto e banale, ma uno shalom – tipico della tradizione ebraica – intenso e carico di affetto. Un saluto in cui Maria ha messo tutta se stessa: la trepidazione cominciata a casa sua, con il suo “sì” all’angelo che le ha anche rivelato come sua cugina fosse incinta, e che l’ha fatta muovere “in fretta” verso la Giudea; la voglia di condividere la gioia con la parente e anche il desiderio di aiutare Elisabetta fino al parto. Un saluto che ci porta a ricordare quando anche noi siamo stati salutati così da un amico, da un parente, da un genitore, da un educatore, da un sacerdote, e il nostro cuore ha esultato perché si è sentito riconosciuto nel profondo. Un saluto che ci interroga anche, e ci chiede se siamo capaci di incontrare in questo modo le persone nelle nostre giornate, con il sorriso, lo sguardo alto, il cuore aperto, infondendo la gioia dell’incontro, e non superficialmente, ripiegati su noi stessi e sui nostri problemi. Con molta probabilità Maria arriva da Elisabetta anche con altro nel cuore: la sua partenza repentina da Nazareth, una volta iniziata la gravidanza, ha significato togliersi da un ambiente che non avrebbe compreso ciò che le sta accadendo. Non sappiamo nulla dall’evangelista Luca sul momento in cui anche Giuseppe sarà confermato in sogno dell’azione potente di Dio sul corpo di Maria. Ma ci sono anche le loro famiglie di origine, su cui la parola ‘ripudio’ deve aver aleggiato a lungo. Maria ci testimonia che, anche quando Dio opera nella nostra vita, non ci toglie la componente di fatica e di lotta per poter incarnare quel “sì” che ci sentiamo chiamati a dare.

 

Torniamo però in casa di Zaccaria: Elisabetta ode il saluto, Giovanni sussulta. Il movimento del feto apre la madre al soffio dello Spirito, e lei è in grado di sentire che quel sussulto è di gioia. Questo scambio tra madre e figlio ci restituisce anche quell’umana bellezza di un corpo che contiene in sé un altro corpo, di due esseri così profondamente uniti che le emozioni dell’una si trasferiscono all’altro e viceversa. Il bambino sente attraverso il corpo della madre ciò che accade intorno, e la madre impara a conoscere le emozioni di un corpo che giorno dopo giorno si forma all’interno del suo. È un mistero indicibile, quello della vita nascente, di una bellezza che dà la vertigine e di cui spesso non ci rendiamo conto. La gravidanza è, a volte, solo fonte di preoccupazioni, di ribellione, di fatica, di stravolgimento dei propri piani. Sono umane queste reazioni, in certi casi comprensibili, ma non ci possono far perdere di vista la bellezza del mistero della creazione di cui siamo resi partecipi. Dio entra con forza in questo processo: lo Spirito fa erompere Elisabetta in una esclamazione di esultanza e di benedizione. Questo movimento dello Spirito non viene però dal nulla: è l’incontro tra Maria e sua cugina a richiamarne l’azione. Anche noi, incontrando in maniera vera il nostro fratello e colui che la vita ci mette sulla strada, abbiamo la possibilità di suscitare l’azione della grazia. È la potenza dell’incontro umano: Dio stesso si rende presente “dove sono due o tre riuniti nel mio nome” (Mt 18,20). Una forza dell’incontro che sperimenta anche Maria. Infatti la conferma che le dà, nello Spirito, Elisabetta con le sue parole di esultanza: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga a me?”, è capace di far erompere Maria nel Magnificat. Quello che neanche l’incontro con l’angelo aveva potuto – cioè farla gioire – ha potuto invece farlo l’incontro con la cugina, abitata dallo Spirito. Quanto è importante che anche le nostre esperienze di Dio siano confermate dai fratelli, da una guida, dalla Chiesa! Auguriamoci che questo Natale possa essere davvero un tempo forte di incontro, con Dio e con i fratelli, come lo è stato per Maria.

 

AUTORE: Paolo Tomassoni Alessandra Giovannini

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