Un soldato racconta la sua vita in Kosovo

Il racconto di un perugino che ha indossato la divisa per 9 anni. “Volevo fare qualcosa per gli altri. Sono contento dell’esperienza”

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Militari durante la missione del Contingente italiano in Kosovo
Militari durante la missione del Contingente italiano in Kosovo

La politica e la gente si interrogano: che cosa fare per porre fine agli orrori, alle decapitazioni, crocifissioni e violenze di ogni genere su persone inermi mentre i tagliagole fanatici dell’Isis sembrano avvicinarsi pericolosamente al nostro Paese? Francesco, 36 anni, perugino, ha indossato per nove anni la divisa dell’Esercito italiano partecipando anche a due missioni in Kosovo della Kfor, la forza militare internazionale guidata dalla Nato. “In un mondo perfetto – dice – non ci sarebbe bisogno di armi per mantenere la pace, ma nel mondo reale…”.

L’ex sergente, tornato alla vita civile con una attività nel settore informatico, con sincerità (e anche un po’ di commozione per ricordi non sempre lieti) accetta di parlare con La Voce di questa sua esperienza e delle motivazioni che lo avevano spinto ad intraprenderla.

A 19 anni, dopo gli studi al liceo classico Mariotti di Perugia, si iscrive all’Università (facoltà di Chimica) e contemporaneamente si arruola come volontario in ferma breve di tre anni. La sua opzione è per gli Alpini, per la grande passione per la montagna coltivata anche con gli scout dell’Oasi di Sant’Antonio dove per anni è stato akela, cioè “capobranco”.

I genitori sono perplessi ma non lo ostacolano. “Certo – racconta – mi piaceva l’idea di uno stipendio e dell’indipendenza economica, ma, come quando ero negli scout, c’era in me la voglia di fare qualcosa per gli altri. Di aiutare le persone in difficoltà, e indossando una divisa perché, quando ci sono alluvioni e terremoti, i soccorsi arrivano con la gente in divisa. E così anche nei disastri provocati dalle guerre: vedevo che erano i soldati italiani delle missioni internazionali di pace a intervenire per proteggere le popolazioni inermi. Dopo nove anni nell’Esercito, posso affermare che sono tante le persone che si arruolano con lo spirito di mettersi al servizio degli altri”.

Francesco, dopo i 40 giorni di primo addestramento a Chieti, non realizza il sogno giovanile di finire sulle montagne con gli Alpini. La sua destinazione è invece la Cavalleria, al IX Reggimento lancieri di Novara di Codroipo, nel Friuli, dove le Alpi si vedono solo dal basso. A cavallo è montato soltanto qualche volta in alta uniforme per le cerimonie ufficiali, perché la Cavalleria adesso è motorizzata. Diventa istruttore di tiro di precisione, si occupa della rete informatica del Reggimento e intanto affronta gli esami che lo portano alla laurea breve in Chimica.

La guerra dei Balcani è finita da poco quando nel 2001 parte per la sua prima missione in Kosovo, nei dintorni di Pristina. Un impatto forte. Ci sono ancora le rovine dei bombardamenti, ma a colpire il giovane militare – nel frattempo diventato caporale – sono uomini, donne, e anche tanti bambini senza braccia, gambe e con altre mutilazioni per gli scoppi delle mine. Eredità di quella guerra fratricida tra serbi e kosovari che ha lasciato tanta miseria e tanti rancori e desideri di vendetta. Con la fame c’era infatti anche tanta violenza. Si uccideva per rubare.

“Il nostro compito principale – ricorda Francesco – era quello di pattugliare strade, ponti, torri radio, riserve idriche, centrali elettriche. Tanta gente guardava le nostre divise con un po’ di diffidenza. Era normale, noi eravamo a casa loro. La maggioranza però capiva. Lo avvertivamo dai loro sguardi, dai sorrisi, e c’era anche chi si avvicinava per offrirci cibo quando invece erano loro a non averne a sufficienza”.

Il muro della diffidenza si stava pian piano sgretolando, anche perché erano i soldati italiani ad affiancare organizzazioni umanitarie e volontari nella distribuzione di medicinali e generi di prima necessità. La divisa però imponeva anche di sparare. “Uscivamo dalla caserma sempre con il colpo in canna. Sì – racconta Francesco – ho dovuto anche sparare. Colpi di avvertimento e in aria ai check-point. Fortunatamente mai direttamente alle persone”.

Quella prima missione è durata sei mesi. Tornato a Codroipo, Francesco accetta di essere confermato in servizio volontario per altri tre anni. Così nel 2005 è di nuovo in Kosovo per altri sei mesi al “villaggio Italia” di Belo Polje. Tutto era più tranquillo della prima volta. Ponti e strade erano stati ricostruiti, erano tornate luce, acqua; ripristinati tanti servizi essenziali. “Eravamo contenti – dice oggi – perché si vedevano gli effetti di quello che avevamo fatto”.

Quale è il ricordo più drammatico di quell’anno in Kosovo? “C’era una ragazza poco più che ventenne che conoscevo abbastanza perché faceva parte di quel gruppo di kosovari che ci facevano da intermediari nei rapporti con la gente del posto. Durante un pattugliamento, abbiamo sentito un’esplosione. Siamo accorsi. L’abbiamo trovata sanguinante per terra. Era con il fratellino e avevano urtato la bomba di un mortaio. Del bambino erano rimasti soltanto frammenti sparsi. Lei è morta poco dopo”

E uno dei ricordi belli? “Una sera, stanchi, eravamo a guardia di un ponte radio su una collina recintata da filo spinato. Abbiamo visto tre ombre avvicinarsi. Sono scattate tutte le procedure di allerta. I fari hanno illuminato una donna con due bambini. Si è avvicinata al filo spinato offrendoci una pagnotta e una bibita di succo di mirtilli e frutti di bosco. Abbiamo capito che ormai la gente aveva compreso il significato della nostra presenza nella loro terra”.

Dopo nove anni di servizio, il sergente maggiore Francesco decide di tornare alla vita civile. “Contento – dice – di quell’esperienza in divisa in ambienti in cui ho trovato tanta gente che non era lì solo per lo stipendio o con la voglia di sparare, ma convinta di fare qualcosa di buono per la comunità. Posso affermare con convinzione che non c’è alcuno più pacifista dei militari, che conoscono da vicino i mali della guerra”.

Oggi che si discute su opportunità, utilità, pericoli ed efficacia di interventi militari italiani in Libia e altre zone di guerra, l’ex sergente maggiore confida di non avere una risposta. “Il terrorismo – dice – non conosce e non rispetta le regole dei soldati in divisa: uccide e usa i civili, mentre i militari cercano sempre di evitare vittime tra i civili. La guerra ai terroristi è complessa. Credo che sia necessario un grande lavoro di intelligence internazionale per cercare di bloccare alle frontiere terroristi e jihadisti. Quando le forze di pace italiane arrivano nelle zone di operazione, lo fanno sempre con una stretta di mano con la popolazione locale”. Ma in Libia o in Siria, a chi stringere la mano?

AUTORE: Enzo Ferrini

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