Una commozione fuori luogo?

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di Angelo M. Fanucci

Che mi sta succedendo?

Pomeriggio di domenica 25 febbraio 2018. Ho appena visto in tv il film sulla gioventù di Edson Arantes do Nascimento, ossia Pelè, il più grande calciatore di tutti i tempi.

Partendo da una favela poverissima, diventò “patrimonio del popolo brasiliano”. Sono in preda a una commozione profonda. Ma vi pare che sia possibile una cosa del genere? In un prete che, sulla soglia dell’80° anno d’età, ha la responsabilità di 87 disabili gravi, e da dieci anni per email scrive a nome de “Il Gibbo” una lettera che arriva non so a quante migliaia di lettori in tutto il mondo, nella quale racconta a tozzi e bocconi, in modo tutto suo (un modo irrimediabilmente parziale), la storia del rapporto fra Chiesa e poveri, col titolo “Un amore lungo e problematico”, e dal 1978 scrive su La Voce elzeviri che si spostano da un argomento all’altro, liberi e inconsistenti come gli elfi che danzano tra le vele del Pequod, la notte prima che la nave del capitano Achab avvisti finalmente Moby Dick, la balena bianca? Vi pare possibile che uno, con un simile carico di agudezas sulle spalle, possa commuoversi alla storia di un ragazzo brasiliano suo coetaneo (Pelè è del 1940, io del ’38) che vince nel calcio, praticamente da solo, un Campionato del mondo?

ll fatto è che quel 28 giugno 1958 io ero era in piazza San Pietro con alcuni altri seminaristi del Seminario del Laterano, e con gli occhi sbarrati seguivamo alla radiolina portatile l’andamento di Svezia-Brasile, la finale del Campionato del mondo. Noi avevamo puntato sulla Francia di Just Fontaine o sulla Svezia di Nacka Skoglund, ma poi ci avevano parlato di questo ragazzetto brasiliano, nero, che s’era esibito a palleggiare 150 volte con una pallina da tennis. E fu lui che in quella partita segnò due dei cinque goal con cui il Brasile batté la favoritissima Svezia, e fece segnare gli altri tre goal del 5-2. Il fatto era che in quel giugno del 1958 i miei vent’anni galleggiavano sulla grazia di Dio.

Terminato il primo anno di Teologia, m’erano apparse chiare e distinte la basi razionali della nostra fede, e mi apprestavo a iniziare il mio percorso sui contenuti. Lo facevo con una familiarità con il pensiero di Tommaso d’Aquino che era sempre più entusiasta; lo facevo in sintonia con ragazzi splendidi, che sarebbero diventati preti splendidi: Fortunato Baldelli, Aniceto Molinaro, Angelo Favero, Domenico Spada, Francesco Marinelli, Rosario Colantonio, tanto per dirne qualcuno. Il Seminario romano ci garantiva una saggia guida spirituale nella persona di Pericle Felici e, in cambio d’una tranquillità assoluta, ci chiedeva solo piccole corbellerie assortite, come giocare a calcio indossando la talare, o darci del “lei” fra noi ragazzi. Tra poco, alla fine di ottobre, sarebbe stato eletto Giovanni XXIIII, che sarebbe diventato “il” Papa, l’unico, della nostra vita.

Capite cosa vuol dire? Cosa vuol dire ripensare oggi, con l’aiuto di Pelè, a quell’atmosfera? Oggi, alla vigilia di una tornata elettorale angosciante, che sembra una gara tra liliali giovinetti che vogliono costruire grattacieli e oscuri boss che hanno fatto promesse immorali, perché sanno benissimo di non poterle mantenere? Capite?…

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