Unione europea, non si può farne a meno

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di Francesco Bonini*

Qualcuno, a caldo, aveva parlato di Terza Repubblica. Queste settimane ci mostrano come la realtà sia assai più prosaica, in termini politici e in termini istituzionali. Per la ridefinizione del quadro politico, ovvero del profilo dei partiti, operazione complicata ma necessaria, il traguardo sono le elezioni per il Parlamento europeo nella prossima primavera. Si vedrà in quella prospettiva come i nostri partiti, vecchi e nuovi, si allineeranno in un quadro europeo dal quale (al di là degli “-ismi” vecchi e soprattutto nuovi, come populismo, sovranismo, europeismo, che attizzano le propagande) non si può fare a meno. Il riferimento europeo ci porta alle questioni istituzionali. Perché, come dimostra l’attuale affanno inglese a disegnare credibili modalità di uscita, l’Unione è un quadro da cui non si può prescindere. Anche se si moltiplicano le occasioni di contenzioso sollevate dagli Stati Uniti di Trump, cosa che aggiunge incertezza e conflittualità.

Detto che il riferimento è imprescindibile, tuttavia è anche vero che, proprio nello spirito dell’Unione, tutto (o quasi) è negoziabile. E uno dei mandati più chiari usciti dalle elezioni del 4 marzo è proprio negoziare al meglio la posizione italiana nell’Unione europea e nell’euro. Non è un caso che i due dossier più caldi, quelli che sono più emblematici per Lega e cinquestelle, ovvero l’immigrazione e le politiche di spesa sociale, necessariamente presuppongono il quadro europeo. E negoziati duri, proprio di fronte al fatto che tutta l’Unione è sotto pressione nel quadro globale. Per questo motivo gli obiettivi possono essere centrati a patto che il soggetto, ovvero l’Italia, sia solido.

Siamo così al tema delle relazioni interistituzionali, su cui sono emerse frizioni significative, non a caso, proprio sui due temi dell’immigrazione e delle politiche di sostegno allo sviluppo. Sull’emigrazione è intervenuto direttamente – e in modo inusuale – addirittura il Quirinale a riattivare un circuito decisionale interno al Governo, che sembrava aver bypassato il Presidente del Consiglio. Sul cosiddetto Decreto dignità (era stato Monti a titolare i decreti economico-fiscali perché fossero meglio compresi o digeriti) è invece scoppiata una polemica tra il ministro competente e gli uffici tecnici a proposito di una controversa tabella sugli – scarsi o addirittura negativi risultati in termini occupazionali del decreto stesso. Si aggiungano le frizioni legate alle elezioni dei compenti “togati” del Csm e più in generale all’azione della magistratura su alcuni casi “caldi”, dalle ruberie della Lega di Bossi e Belisario alla trattativa Stato-mafia.

Ordinaria conflittualità, certo. Ma tutti episodi che dicono l’urgenza di saldare bene i meccanismi decisionali, nel rispetto delle regole, delle competenze, dei “pesi e contrappesi” istituzionali che determinano la qualità di una democrazia. Che non può fare a meno di una classe dirigente (parola che forse non piace ma che è necessaria) all’altezza della situazione.

* storico delle Istituzioni politiche e rettore della Lumsa

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