Il discorso del vero pane

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La fede del popolo biblico si fonda sugli interventi che il Signore ha operato per esso in modo concreto e puntuale, interventi che tuttavia non sono fine a se stessi, ma proiettano verso il raggiungimento di un’altra e più alta méta. È quanto ci propone l’ascolto della Liturgia della Parola di questa XVIII domenica del TO.

Il salmo

L’Autore del Salmo 77 ripercorre infatti le grandi tappe della storia della salvezza ed esprimendosi al plurale con “abbiamo udito e conosciuto” elenca i numerosi prodigi che in luoghi e momenti precisi il Signore ha operato per il popolo come quando lo ha saziato nel percorso nel deserto mandandogli dal cielo “il pane dei forti”.

LA PAROLA della Domenica

PRIMA LETTURA
Dal libro dell’Esodo 16, 2-4. 12-15

SALMO RESPONSORIALE
Salmo 77

SECONDA LETTURA
Lettera di Paolo agli Efesini 4, 17. 20-24

VANGELO
Dal Vangelo di Giovanni 6, 24-35

La prima lettura

È la risposta alla prima Lettura, tratta dal libro dell’Esodo, che narra il primo intervento del Signore a favore del popolo transitante nel deserto. L’episodio è relativo al cap. 16, ossia il capitolo che viene subito dopo la descrizione del glorioso passaggio del mare, del canto di vittoria e dell’arrivo a Elim luogo ideale per la presenza delle “dodici sorgenti d’acqua e settanta palme”. Ma il cammino deve procedere e, non appena giunti nel deserto di Sin, il popolo emette la prima delle mormorazioni contro Mosè e contro Aronne e, nel caso specifico, per la mancanza di cibo. Il Signore allora parla con Mosè annunciandogli che “ogni giorno” elargirà al popolo la “razione del giorno”.

Poi il prodigio: sulla superficie del deserto comparve qualcosa di “fine, granuloso, minuto come la brina sulla terra” che il popolo non sapeva cosa fosse e Mosé lo istruì affermando: “È il pane che il Signore vi ha dato da mangiare”. Il prodigio ha avuto la necessità di essere interpretato perché il popolo vedesse ‘oltre’ l’aspetto materiale (che secondo Ravasi si dovrebbe trattare di un elemento resinoso  consolidato e commestibile) e fosse messo in grado di crescere nella consapevolezza del suo cammino di comunità con Dio.

La seconda lettura

Anche nella pagina della Lettera agli Efesini è richiesto ai destinatari un passaggio qualitativo. Gli Efesini hanno infatti accolto la predicazione apostolica e quindi ora non possono più essere come prima della conversione, non possono più cedere alle passioni ingannevoli, ma devono rivestirsi dell’“uomo nuovo” che per vocazione tende ad agire “nella giustizia e nella vera santità”. La svolta è indicata poi da Gesù nel Vangelo di Giovanni.

Il Vangelo

Gesù ha appena sfamato 5000 persone ed ha inviato i discepoli ad attraversare il lago dove li ha raggiunti di notte nel corso della traversata, camminando sulle acque. La destinazione è Cafarnao, città dove si dirige anche la folla perché, non avendo più visto Gesù, ha ipotizzato fosse andato lì nonostante non fosse salito sulla barca con i discepoli. È in questa città e circostanza che Gesù tiene il ‘discorso sul vero pane’ e lo fa rifacendosi al ‘segno’ della moltiplicazione dei pani, ‘segno’ che in ordine è il quarto, ovvero, dei sette ‘segni’ totali riportati dall’evangelista Giovanni è quello centrale! Gesù parla alla folla che interloquisce con Lui in modo appropriato e dimostrando di comprenderne il messaggio. Vediamone i passaggi. Intanto Gesù chiarisce subito che non si riferisce all’alimento farinaceo, ma a quello “che rimane per la vita eterna” e che può donare solo il “figlio dell’uomo”.

A questo punto subentra una domanda da parte degli uditori che sembrerebbe voler deviare il discorso che Gesù sta tenendo, in quanto vogliono avere indicazioni “per fare le opere di Dio”. Ma questa richiesta ha la sua ragione di essere fatta in quanto Gesù sta parlando a gente che per lo più già osserva la Legge di Mosè e quindi concretamente vuole sapere le norme da applicare per poter essere gradita a Dio. Ma Gesù devia le aspettative rispondendo che non si tratta di avere ulteriori precetti da praticare, ma di “credere in colui che Dio ha mandato”. Quindi più che le opere derivanti dall’osservanza della Legge, è la fede nella persona di Gesù. Ma la gente ancora insiste sulle ‘opere’ e chiede ancora a  Gesù il “segno”, l’“opera” che Lo riguarda come aiuto alla loro fede perché, rifacendosi alla manna del deserto, sottintende la figura di Mosè e il prodigio che lui compì dando loro “un pane dal cielo”.

Gesù allora intensifica il discorso e, attraverso la tecnica interlocutoria tipicamente giudaica del doppio “Amen” (che noi non notiamo perché tradotta con “In verità, in verità io vi dico”) e del procedimento del “non … ma”, insegna che il datore del pane è il Padre e, come la Legge era discesa dal cielo, “il pane di Dio è colui che discende dal cielo” non più soltanto per i giudei ma per “la vita del mondo”.

Gli astanti dimostrano di aver compreso questo insegnamento perché aderiscono ad esso chiamando Gesù “Signore” e ciò è di inaudita importanza perché nel titolo “Signore” c’è il nome del Dio dell’AT che corrisponde al verbo essere e Gesù così conferma e si rivela definitivamente proponendosi come il ‘compimento’ della manna ricevuta tramite Mosè e dicendo appunto di sé: “Io sono il pane della vita”. Forse solo dopo la Risurrezione comprenderanno a pieno che il “pane vero” è il Corpo di Cristo donato per amore di tutta l’umanità.

Allora l’alta mèta di cui parlavamo riguarda tutti quanti noi che ci nutriamo del Pane eucaristico perché ci dona l’energia per imitare l’amore ‘concreto’ del Signore e far si che a nessuno manchi mai il cibo materiale e spirituale. Il beato Paolo VI, di cui ricorrono 40 anni dalla nascita al cielo, ha scritto in merito che il cristiano tende al “conseguimento del suo ottimo fine che è Dio e il prossimo che è il fratello da amare e da servire e liberare dalla carenza di quei beni che sono indispensabili alla vita presente, come dalla miseria, dalla fame, a cui è dovere e carità provvedere”.

Giuseppina Bruscolotti

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