Venti di speranza a Sarajevo

Si è tenuto nella capitale della Bosnia-Erzegovina l’incontro della Comunità di Sant’Egidio

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La cerimonia conclusiva dell’incontro

Appena terminato l’incontro internazionale per la pace a Sarajevo, già si sa che l’edizione 2013 si svolgerà a Roma. È stato Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, che promuove l’iniziativa, ad annunciarlo al termine della cerimonia che ha concluso una intensa tre-giorni di incontri e preghiera. Suddivisi in diversi luoghi di culto della città, musulmani, cristiani, ebrei, fedeli delle diverse religioni hanno pregato per la pace. “Che la nostra invocazione concorde – ha detto l’arcivescovo cattolico, card. Vinko Puljic, rivolgendosi ai fedeli cristiani davanti alla cattedrale cattolica di Sarajevo – dissipi le tenebre della violenza e apra i cieli alla speranza”. Alle ore 18.30, le campane della città hanno poi suonato a festa e tutti i fedeli delle diverse religioni si sono riversati in processione per le strade di Sarajevo fino a raggiungere piazza Dom Armije, dove si è svolta la cerimonia finale. Prima della lettura dell’Appello di pace – di cui pubblichiamo qui di seguito la parte finale (testo completo su www.santegidio.org) – i partecipanti hanno osservato un minuto di silenzio in memoria di tutte le vittime della guerra, del terrorismo e della violenza nel mondo.

Appello per la pace

“Bisogna avere un nuovo coraggio di fronte alle difficoltà. Guardando lontano, si deve creare nel dialogo una lingua fatta di simpatia, di amicizia, di compassione. Questa lingua comune ci consente di parlarci, vedendo la bellezza delle differenze e il valore dell’uguaglianza. Vivere insieme in pace è volontà di Dio. L’odio, la divisione, la violenza, le stragi e i genocidi non vengono da Dio. Chiediamo a Dio nella preghiera il dono della pace. Sì, Dio conceda al mondo e a noi tutti il grande dono della pace!”

“Sarajevo è una città capitale ma anche un simbolo per l’Europa. È una città che è stata testimone di fatti storici terribili e crudeli. È proprio qui che vogliamo creare un nuovo clima fondato sulla uguaglianza e sulla libertà”. Lo afferma il card. Vinko Puljic, arcivescovo di Sarajevo, capitale della Bosnia-Erzegovina che dal 9 all’11 settembre ha ospitato l’incontro “Religioni e culture in dialogo” promosso dalla Comunità di Sant’Egidio. Ulteriori informazioni sull’evento sul sito www.santegidio.org.

Eminenza, come opera per la riconciliazione la Chiesa cattolica?

“Dopo la guerra ogni comunità è stata chiamata ad educare al perdono, perché senza perdono non è possibile vivere insieme. Ma il perdono non libera la storia dai crimini commessi. Per farlo occorre la giustizia, e questi crimini devono rendere ora conto in tribunale. Ma ogni processo di giustizia può avere successo se il cuore si libera dal male, dall’odio. Noi abbiamo avviato da subito un progetto nella nostra scuola cattolica, dove sono presenti studenti di diverse religioni e culture. Un altro progetto riguarda la pastorale giovanile che, con campi di lavoro, coinvolge giovani di diverse comunità. E infine la presenza della Chiesa cattolica nel Consiglio interreligioso. Ma al di là di tutti i progetti, è importante lavorare in famiglia, luogo in cui si costruisce un futuro, in cui le diversità sono rispettate”.

Le ferite della guerra sono ancora molto vive?

“Prepariamo i sacerdoti per condurre bene questo processo non facile, perché i sacerdoti sono le guide delle nostre comunità. Posso dire che il processo di guarigione dalle ferite del passato procede lentamente ma è avviato su una strada sicura. L’odio ancora vive: non è generalizzato, è piuttosto presente in gruppi estremisti”.

Quali responsabilità ha la politica?

“Non spetta a me dare giudizi o esprimere condanne. Gli accordi di Dayton (del novembre-dicembre 1995, ndr) rappresentano un grave peccato poiché hanno segnato la divisione del Paese. Nell’indifferenza della comunità internazionale, che non ha voluto porre rimedio a questa ingiustizia, scaricandone le colpe sulla politica locale. Ad aggravare questa divisione sono i giochi politici. La Bosnia, ripeto spesso, è come ‘pochi spiccioli in una grande mano’”.

Cosa si attende dall’Unione europea per il suo Paese?

“L’Ue lavora in maniera molto lenta per la Bosnia-Erzegovina; lo ha fatto durante e dopo la guerra. Credo che l’Unione debba entrare maggiormente in Bosnia, favorendo leggi democratiche, promuovendo progetti per farla crescere. Diversamente, questa nazione non sopravvivrà. È urgente creare uno Stato in cui tutti i cittadini siano uguali, uno Stato normale nel quale non vi siano divisioni, a livello nazionale e locale. Servono, inoltre, progetti per risollevare l’economia. Senza lavoro, la gente emigra, e a farlo sono soprattutto i giovani che non hanno prospettiva. L’Europa deve impegnarsi di più in questi settori”.

Cosa resterà a Sarajevo di questo meeting mondiale delle religioni?

“Questo incontro darà impulso e sostegno alla città e alla Bosnia, e ne rafforzerà la speranza che edificare un messaggio di pace è possibile”.

AUTORE: Maria Chiara Biagioni Daniele Rocchi

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