Verso la beatificazione di Paolo VI

Concilio, dialogo, bellezza: con questo trinomio si può tracciare un ideale ritratto della Chiesa riunita nel nome di Paolo VI

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Il monumento a Paolo VI realizzato da Scorzelli a Brescia
Il monumento a Paolo VI realizzato da Scorzelli a Brescia

La santità è la meta della vita cristiana per tutti, e quando la Chiesa riconosce che l’esistenza di un uomo o una donna è stata esemplare nell’esercizio delle virtù e nella sequela al Signore, è una festa. Vale per tutti i santi, dai più sconosciuti ai più famosi. Il fatto però che quest’anno, alle canonizzazioni di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, si aggiunga, il prossimo 19 ottobre, anche la celebrazione della beatificazione di Paolo VI rende questo 2014 un vero “anno santo”, che evoca non solo sentimenti di gioia, ma anche di fede e consolazione.

Paolo VI, da beato, andrà a completare quell’icona di santità della Chiesa contemporanea accanto a Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. “Fu una persona straordinariamente innamorata di Gesù e della Chiesa”, ha detto il vescovo di Brescia, mons. Luciano Monari. Fu il Papa della più assidua e penetrante ricerca di dialogo tra Cristo e la modernità. Ma come possiamo raccogliere al meglio la sua eredità in vista della sua prossima beatificazione? Incontrandoci come Chiesa nel nome di Paolo VI. Lo ha detto Papa Francesco lo scorso anno, salutando i 5.000 pellegrini bresciani: “Incontrarci nel nome di Paolo VI ci fa bene”.

Un luogo reale che ci potrebbe aiutare a vivere questo incontro ideale è il monumento a Paolo VI che la Chiesa bresciana ha voluto erigere nel 1984 nel duomo nuovo di Brescia e che fu realizzato da Lello Scorzelli. Lo scultore ha concepito l’opera rifacendosi alla grande suggestione provocatagli dall’apertura della Porta santa in Vaticano la notte di Natale del 1974, in occasione dell’inizio dell’Anno santo. Scorzelli ha fissato nel bronzo la figura di Paolo VI inginocchiato sulla soglia della porta, ricurvo, aggrappato alla croce pastorale, unico elemento verticale che si erge al di sopra di ogni cosa. L’artista ha completato questa figura, che aveva colpito la sua sensibilità, con alcune scene simboliche, affidate ai rilievi delle otto formelle e dei due pomoli della porta, che ripercorrono idealmente il pontificato di Papa Montini, dalla scelta del nome – Paolo, l’apostolo delle genti – all’azione pastorale, dal Concilio Vaticano II ai grandi incontri ecumenici, dai solenni pronunciamenti dottrinali alle grandi ferite sofferte a causa dell’avanzare della mentalità secolarizzata.

Anzitutto ci fa riscoprire come Chiesa del Concilio e del Concilio di Paolo VI. Quello che è stato definito “lo spirito del Concilio” ha pervaso nel profondo Paolo VI, come ha segnato nel profondo il cammino delle nostre comunità negli ultimi 50 anni. Ogni Chiesa locale in Italia ha potuto prendere parte a quel cammino di “aggiornamento” di cui Paolo VI è stato esperto quanto a volte sofferto “timoniere”. Non a caso, nel monumento della cattedrale di Brescia, una delle formelle bronzee è dedicata alla chiusura del Concilio, quasi a evidenziare plasticamente il lascito particolare di Paolo VI: il nostro essere Chiesa sia essere Chiesa del Vaticano II.

Ma oltre che Chiesa del Concilio, sempre sull’esempio di Paolo VI, siamo chiamati a essere la Chiesa del dialogo. A questo particolare impegno rimanda un’altra formella del monumento, quella che rappresenta l’incontro di Paolo VI con il Patriarca ortodosso Atenagora. Un gesto che più di mille discorsi ha reso evidente su quali vie Paolo VI abbia voluto far camminare la Chiesa uscita dalla Pentecoste conciliare. Chiesa del dialogo ab intra e ad extra, come l’ha tradotto la lezione montiniana ancora del tutto valida e attuale

Infine, la Chiesa della bellezza. Della bellezza, in che senso? È risaputo che uno dei tratti caratteristici di Paolo VI è stata la sua sensibilità artistica, guidata dall’intenzione di fare dell’arte un ponte per far dialogare la Chiesa con il mondo e il mondo con la Chiesa. La sosta ideale dinanzi al monumento in cattedrale a Brescia potrebbe, allora, trovare motivo di riflessione facendo propria la lezione della bellezza che il monumento in se stesso trasmette. Una bellezza che altro non dovrebbe essere se non quella della “sposa dell’Agnello” (Apoc 21,9), “tutta gloriosa, senza macchia né ruga” (Ef 5,27). Un amore alla bellezza poi che, lungi da ogni vano compiacimento estetico, altro non sarebbe se non amore per l’Uomo, sul quale si riflette un raggio della bellezza originaria del Creatore.

Concilio, dialogo, bellezza. In questo trinomio potremmo sintetizzare gli elementi di un ideale ritratto di Paolo VI, ma anche del ritratto di una Chiesa riunita “nel nome di Paolo VI”. Una Chiesa che da incontro nuovo con questo altro Papa “santo” ritrova lo slancio della testimonianza e dell’impegno a costruire la civiltà dell’amore in “questa stupenda e drammatica scena temporale”.

AUTORE: Adriano Bianchi direttore “La Voce del popolo” (Brescia)

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