Voce nel deserto

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Nella domenica in Gaudete – III di Avvento – si intensifica l’attesa del Signore con l’invito gioioso: “Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino”. E la figura del Signore che si avvicina e che inaugura un tempo propizio è descritta dal profeta Isaia in un momento particolare della storia d’Israele: il ritorno dopo l’esilio. Ebbene, la comunità appena tornata nella propria terra, deve ricostituirsi e riprendersi dopo la prova.

Allora ecco che il profeta ricolmo dello “spirito del Signore” e “consacrato con l’unzione” propone un “lieto annuncio” basato su motivi concreti quali la ricostruzione dei vecchi ruderi e la perennità della discendenza, ma soprattutto insiste sull’interiorità perché dopo che si è superata la prova, non resti il rancore e perciò i “cuori spezzati” saranno fasciati, e coloro che erano schiavi e prigionieri del risentimento saranno “liberati” e “scarcerati”. Il profeta sigilla quindi questo ritrovato splendore con la più bella tra le immagini bibliche: lo sposalizio, ed è uno sposalizio celebrato solennemente perché “lo sposo si mette il diadema e la sposa si adorna di gioielli”. Quanti si sono lasciati avvicinare dal Signore in questo modo esultano di gioia e questa esultanza ci fa pensare a quella ancor più festosa di Maria il cui canto del Magnificat preghiamo al posto del Salmo responsoriale. Tra le tante evidenziazioni che si possono fare di questo Cantico, soffermiamoci sul sostantivo “umiltà” e constateremo la corrispondenza tra le Letture proposte.

Lo stesso sostantivo in greco (tapèinosis) è usato infatti per la traduzione di quei termini dell’AT che esprimono la condizione di umiliazione, sterilità e povertà di persone perseguitate o oppresse da nemici o da prove personali (Dt 26,7; Sal 136,23). Lo troviamo nella traduzione dell’ebraico ‘ onì (1 Sam 1,11) che è l’indole “povera” di Anna, la quale si umilierà ancor più facendosi ritenere persino “ubriaca” a causa dell’accorato, ma confidente appello al Signore perché l’avesse liberata da tale stato ed è stata esaudita tanto che anch’ella poi “esulta nel Signore” per la grazia che le ha concesso. E il Cantico del Magnificat racchiude tutti gli interventi salvifici operati dal Signore perché Maria Lo esalta non solo per sé, ma anche per aver “soccorso Israele”. L’invito ad essere “lieti” lo ascoltiamo anche da san Paolo in quello che è il primo Testo del NT ad essere stato composto, ovvero la I Lettera ai Tessalonicesi, Lettera in cui vengono ringraziati i destinatari per l’accoglienza della Parola e la testimonianza della fede in Cristo. Nelle esortazioni conclusive di tale Lettera che ci riguarda questa domenica c’è uno stimolo in più, ovvero l’“irreprensibilità della persona” e Paolo specifica ulteriormente (e non lo fa in nessun altro Testo) che deve riguardare tutta la persona: “spirito, anima e corpo”.

Se questo discorso rimanda ai tempi escatologici, e Paolo sembra voler alludere alla risurrezione dell’unità integrale dell’uomo, tuttavia già qui ora nella sua “unità”, così come lo concepiva la dottrina semitica -tutto intero l’essere umano- spirito (pneuma), anima (psychè) e corpo (soma) dev’essere coinvolto nella venuta di Cristo. Segue quindi la figura di Giovanni Battista che il Vangelo secondo Giovanni ci presenta più come testimone che come battezzatore. Leggiamo infatti che “venne come testimone per dare testimonianza alla luce” e nel mentre espleta la sua missione i Giudei inviano sacerdoti e leviti, cioè gli specialisti dei riti purificatori, per interrogarlo. E il fare “investigativo” trova riscontro proprio nella presenza dei leviti che i testi talmudici, in alcuni casi, descrivono come una sorta di poliziotti del tempio. L’Autore allora usa una costruzione narrativa basata sulla tripla combinazione (positiva, negativa e positiva) per dare enfasi perché Giovanni “confessò, non negò e confessò” di non essere il Messia, ma colui che invita a rendere “dritta la via del Signore”. Questa prassi era in uso tra le popolazioni extrabibliche perché un papiro tolemaico del III secolo a. C. riporta l’indicazione di “fare una strada” per dimostrare accoglienza all’arrivo di immagini sacre o di autorità monarchiche. Ebbene, grazie al modo di fare del IV evangelista di puntualizzare i siti in occasioni particolari (6,59; 8,20; 11,54), notiamo che è significativa l’area geografica dove Giovanni testimonia ed invita cioè “Betania, al di là del Giordano” che, secondo Origene, è identificabile con “Betabara”, ricordata nel Talmud, che vuol dire “il luogo del passaggio”, lo stesso dove Giosuè passò il Giordano per mettersi alla guida del popolo. In questo stesso luogo Cristo passa il Giordano per avviarsi alla guida del popolo che accoglierà la Sua parola. Lì il Battista invita oggi noi ad eliminare le tortuosità delle nostre reticenze, perché animati da “gioia”, “umiltà” ed “irreprensibilità” Cristo trovi aperta la via per entrare nella nostra vita. Ma se ci sentiamo carenti proprio in questi aspetti, abbiamo un’Avvocata: “Madre del Vangelo vivente, sorgente di gioia per i piccoli, prega per noi” (Papa Francesco).

Errata corrige

Nel n. 43, nel commento al Vangelo a causa di un refuso è stato scritto “nel mezzo del racconto della risurrezione di Giairo”, mentre doveva essere scritto “della risurrezione della figlia di Giairo”. Ci scusiamo con i lettori.

PRIMA LETTURA
Dal Libro di Isaia 61,1-2.10-11

SALMO RESPONSORIALE
Cant. Lc 1,46-50.53-54

SECONDA LETTURA
I Lettera di Paolo ai Tessalonicesi 5,16-24

VANGELO
Dal Vangelo di Giovanni 1,6-8.19-28

AUTORE: Giuseppina Bruscolotti

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