Accogliere, cioè…

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“Accogliere” la persona debole: facile e dirsi, tutt’altro che facile a farsi. Perché occorre mettere a fuoco con quella persona la verità della sua condizione, che ha bloccato certe sue competenze e abilità, ma ha lasciato intatta la sua dignità; e occorre dimostrarle con i fatti che, accanto, ci sono persone disposte a scommettere sulla sua persona e a instaurare relazioni non funzionali né pietistiche, ma di taglio personale.

A chi, in primis, fa capo l’impegno ad accogliere come persona il disabile o l’anziano decrepito? A chi si dedica alla riabilitazione, ma anche alla società nel suo insieme. Il vero recupero consiste nel re-imparare a vivere in ambienti sempre meno specifici, senza ‘reti di protezione’.

Di nuovo: facile a dirsi… È un dato di fatto il “disturbo” che nel cittadino medio provocano il “fuori di testa”, il tossicodipendente, il focomelico, il tetraparetico. E non poteva essere diversamente, perché nella cultura in cui viviamo immersi dominano la bellezza, l’efficienza, la funzionalità, il successo; il denaro, soprattutto. All’eliminazione fisica dei disabili gravi è subentrata l’emarginazione culturale. L’emarginazione viene percepita come una malattia sociale specifica, tale da colpire solo alcuni soggetti. Ma è tutt’altra cosa, è uno dei sintomi più gravi di una malattia che colpisce tutta la società e la sua cultura, un morbo che colpisce tutti i suoi membri.

Incapacità di accogliere il diverso, razzismo strisciante, cultura del più forte. L’handicappato, come tutti coloro che non rientrano nello standard, deve giustificare sine die il fatto di essere al mondo.

E Serenthà, provocatoriamente, si chiede: devo accogliere l’handicappato anche se è diverso da me? Oppure devo accoglierlo come se non fosse diverso da me? Oppure devo accoglierlo proprio perché è diverso da me? L’unica risposta veramente degna dell’uomo è… il rifiuto di rispondere a domande del genere. Se vivessimo in una società veramente accogliente, ad alto contenuto di umanità, dovremmo poter dire: non vedo perché dovrei “motivarmi” ad accogliere l’handicappato.

Il “principio di tolleranza” non di rado ha offerto copertura ideologica sia all’emarginazione per la tangente inferiore (segregato in casa, a non far nulla per tutta la vita, o relegato in un istituto, a dividere per tutta la vita la camera da letto con cinque estranei) sia all’emarginazione per la tangente “superiore” (super-protetto e viziato dai genitori, coccolato dai giovani della parrocchia: “amici” che, se non fosse stato invalido, non si sarebbero mai avvicinati). Nel Nord Europa lo Stato Buono e Puntuale ogni mattina gli fa trovare un biglietto di banca da 100 euro sul comodino, con preghiera di non chiedersi chi ce l’ha messo.

Paradossalmente anche noi cristiani abbiamo in qualche modo contribuito a fare dell’accoglienza (del disabile e del povero in genere) non la regola ma l’eccezione. È successo quando, innalzando fino al cielo gli eroi della carità cristiana, abbiamo insinuato – pressapoco – un ragionamento di questo tipo: noi cristiani medi facciamo altre cose, ma ci sentiamo vicini ai tanti preti e frati e suore e laici che, eroicamente, anche a nome nostro, accolgono i più deboli.

AUTORE: Angelo M. Fanucci