Accogliere “i piccoli”

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“Dio, per il tuo nome salvami … poiché i prepotenti insidiano la mia vita”, grida il salmista esprimendo la sua fiducia nel Signore che solo può salvarlo in questa fase di dileggi e di persecuzioni. Come ci introduce questo versetto del Salmo responsoriale, la Liturgia della Parola verte proprio sulla testimonianza che i credenti sono chiamati a dare nelle circostanze di incomprensioni e patimenti morali che provengono da ostilità interne alla vita comunitaria o da ‘attacchi’ esterni.

Prima lettura

La prima Lettura del Libro della Sapienza rientra nei capitoli introduttivi del Libro che si prefiggono di additare la Sapienza con i suoi conseguenti benefici, per chi ne fa il centro ispiratore, o punizioni, per chi la rifiuta. In particolare la pagina di questa XXV domenica del TO propone una riflessione sul destino della vita del credente a partire dall’idea che se ne fanno gli “empi”. Stranieri non credenti o ebrei apostati, provocherebbero il ‘giusto’ tendendogli insidie, mettendolo alla prova “con oltraggi e tormenti” al fine di “saggiare il suo spirito di sopportazione”. Ma il ‘giusto’ confida in Dio dal quale “il soccorso gli verrà”.

Seconda lettura

Anche nella seconda Lettura si fa appello all’intervento sapiente di Dio. San Giacomo rivolge infatti un discorso sulla vera sapienza alla comunità cui fa riferimento, una comunità che dimostra però di non possedere tale sapienza perché è lacerata dal devastante male che è la gelosia. Ma per guarire da questo male, l’apostolo, più che confidare negli sforzi umani, invoca la “sapienza che viene dall’alto” e, nell’elencare le virtù proprie della sapienza, si appella soprattutto a quella della purezza perché san Giacomo identifica l’origine della gelosia e delle liti nelle “passioni che fanno guerra nelle membra”. Quindi non c’è equilibrio e, peggio ancora, c’è l’egoismo e lo spirito di sopraffazione nonché intenzioni disordinate che serpeggerebbero tra i membri della comunità. Anche la pagina del vangelo di Marco ci presenta una fase un po’ tormentata della vita comunitaria dei discepoli. Questo il contesto.

Vangelo

Dopo gli episodi ascoltati le domeniche precedenti, avvenuti in terra non israelita, e la sosta presso il Tabor, ora Gesù è di ritorno nella Sua ‘patria’ e attraversa la Galilea in compagnia dei Suoi discepoli. La Sua intenzione è quella di dedicarsi esclusivamente ai discepoli per istruirli in merito alla salita che avrebbe fatto -di lì a poco (10,2)- verso Gerusalemme. Infatti, Gesù annuncia ancora (questa volta in modo più conciso) l’esecuzione capitale verso la quale andrà incontro nonché la risurrezione dalla morte.

Come fu per Pietro, anche qui la reazione dei discepoli sfocia nella confusione e nell’incapacità di comprendere, ma il timore di chiedere spiegazioni non permette loro di ottenere la risposta. È all’interno del clima domestico (“in casa a Cafarnao”) che Gesù provoca i discepoli i quali svelano i loro cuori facendo presente che lungo la strada avevano discusso in merito a chi di loro fosse “più grande”.

LA PAROLA della Domenica

PRIMA LETTURA
Dal Libro della Sapienza 2,12.17-20

SALMO RESPONSORIALE
Salmo 53

SECONDA LETTURA
Lettera di Giacomo 3,16-4,3

VANGELO
Dal Vangelo di Marco 9,30-37

Tenendo conto dell’ambiente, del contesto sociale e della testimonianza che ci proviene dalla letteratura qumranica (Regola della Comunità), il ruolo e la posizione che i membri assumevano all’interno di una comunità costituiva effettivamente un tema molto importante (1 Q 2; 5; 6) ed aveva ripercussioni anche sulla vita oltre la morte perché caratterizzata da luogo diviso in ‘sfere’ di livelli diversi. Ed è un argomento che sembra stare molto a cuore ai discepoli perché qualche brano più avanti (10,37), comparirà di nuovo la richiesta da parte di Giacomo e di Giovanni di risiedere nei posti più importanti nel Regno dei cieli.

Ma Gesù, solennemente (“sedutosi”), insegna loro che chi intende essere il primo deve farsi “l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”. E per non lasciare che fraintendano o scadano in sentimentalismi o finzioni, Gesù dimostra come si fa ad essere ‘ultimi di tutti’ e ‘servitori di tutti’. Prende infatti un paidion, sostantivo greco che può significare sia ‘bambino’ che ‘giovane schiavo’, lo mette nel mezzo della loro familiare assemblea e lo “abbraccia” (o lo “prende in braccio”, tutti e due i significati possono andare bene).

La logica è quindi quella di accogliere chi è ‘piccolo’ e non può ricambiarti. Accogliere non formalmente, ma “abbracciare, prendere tra le braccia”: questa è la testimonianza del credente di cui dicevamo sopra.

Come il ‘giusto’ della Sapienza non si appella alle sue forze, ma confida in Dio; come san Giacomo invoca la sapienza divina a dirimere le questioni ‘interne’, lasciando intendere che i credenti tra loro non ce la fanno da soli ad abbattere gelosie e invidie, così qui Gesù non asseconda la volontà dei discepoli, ma li porta fuori rispetto al loro problema di essere più importanti o meno. Leggendo attentamente notiamo che Gesù non risponde direttamente alla loro curiosità di sapere chi è “più grande”, e sembrerebbe che, più che confidare esclusivamente nelle loro capacità relazionali, inviti piuttosto alla testimonianza che possono riuscire a dare ‘in uscita’ i discepoli e i credenti in genere: accogliendo i ‘piccoli’.

Chi accoglie i ‘piccoli’, accoglie Gesù stesso e questa accoglienza rimanda ad un’accoglienza maggiore che è quella del Padre. Questo atteggiamento sarebbe quindi l’antidoto per neutralizzare l’azione del veleno della gelosia e della ‘competizione’ e guarire così definitivamente la comunità. Dunque, … l’accoglienza!

Giuseppina Bruscolotti

1 COMMENT

  1. Questa riflessione mi ha aiutato a capire che se riuscissi ad avere buone relazioni con gli altri senza per questo dare gloria a Dio Padre sarei un nulla se non accolgo la relazione con gli altri come un dono dello SPIRITO SANTO

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