Anziani: per ripensare i servizi la Regione non deve fare da sé

Anche tra Fondazioni Enti e Istituzioni religiose occorre un nuovo raccordo

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Ottocentomila lire al mese per assistere l’anziano in casaL’Umbria è una delle regioni più vecchie d’Italia con i suoi 180 mila abitanti sopra i 65 anni d’età. Non solo si vive più a lungo ma nascono anche pochi bambini e questo alza il “peso” sociale degli ultra sessantenni. Fatto sta che la ‘terza età’ è una realtà che pone gli amministratori davanti alla necessità di riprogrammare i servizi sanitari e sociali pensando alle loro necessità.Gli acciacchi, a volte anche pesanti, che colpiscono anziani e loro famiglie, quando si chiamano ‘demenza senile’ o ‘Alzheimer’ sono un problema serio perché non sempre mariti o mogli o figli riescono a portare la fatica di una assistenza in casa ventiquattr’ore su ventiquattro. Per questo l’annuncio fatto dall’assessore regionale alla Sanità Maurizio Rosi è stato accolto con un “era ora!”. Ha promesso ottocentomila lire al mese per quelle famiglie con anziani a carico che soffrono di gravi patologie.Una cifra che rappresenta una boccata d’ossigeno, un aiuto in più nell’assistenza giornaliera. Potrebbero essere ventimila le famiglie umbre interessate all'”assegno di cura” ed alle altre forme di aiuto domiciliare indicati da Rosi come come scelta politica prioritaria per far sì che gli anziani rimangano finché è possibile nella casa e tra le persone che amano. Il ricovero in un istituto non è una vera soluzione per nessuno, è stato detto al convegno organizzato dall’Assessorato regionale alla sanità giovedì 14. Si parlava di come valutare la qualità dei servizi ed il metodo sperimentato e presentato sarà utilizzato, ha annunciato Rosi, per la verifica del piano sanitario regionale programmata per il prossimo settembre. Sarà raccolta l’opinione degli utenti dei servizi e dei loro familiari, oltre a quella degli operatori e degli enti locali. Al covegno regionale gli assessori Rosi e Piccioni hanno espresso seria preoccupazione per l’ipotesi che il Governo proceda verso forme di assistenza legate alle assicurazioni private che non garantiscono chi è troppo in là con gli anni. Sull’assegno di cura i sindacati dei pensionati di Cgil, Cisl e Uil hanno ribadito che oltre all’assegno, proposto dalla Regione dietro loro richiesta, sono ancora da affrontare le questioni riguardanti le liste d’attesa, il badantato ed altre. Sul versante sociale le organizzazioni sindacali – è detto in una nota congiunta – intendono richiedere un incontro con il nuovo assessore regionale, Gaia Grossi, “per dare seguito alle rivendicazioni contenute nella nostra piattaforma unitaria, con particolare rilievo per la costituzione in Umbria di un fondo a favore degli anziani non autosufficienti”. Dalla relazione che il prof. Pierluigi Grasselli ha tenuto al Seminario regionale “Servizi agli anziani e prospettive del welfare il Umbria” – organizzato dall’UCID (Unione cristiana imprenditori e dirigenti) il 16 giugno scorso a Perugia – è emerso sostanzialmente che si è ancora lontani da un assetto soddisfacente dei servizi sia domiciliari che residenziali. Un dato va sottolineato: la consistente espansione dell’offerta di Residenze per anziani che si è avuta negli ultimi anni: dal 1997 a oggi le Case di riposo sono passate da 74 a 122, di cui solo 33 in possesso dei requisiti necessari, 13 in attesa di certificazione e ben 86 sprovviste dei necessari attestati. Una tale situazione, rispetto alle previsioni del Piano Sociale regionale, rileva un deficit di recettività pari a 650 posti (215 nelle Residenze Sanitarie Assistite e 435 nelle Residenze Protette). Per cui il quadro complessivo che emerge in Umbria è di una marcata inadeguatezza sia quantitativa che qualitativa. A fronte di un tale stato di cose il Grasselli ha posto l’accento su diverse questioni rilevanti tra cui il sistema di regolazione sociale finalizzato a perseguire la “qualità totale” dei beni e dei servizi alla persona anziana attraverso processi di costruzione sociale delle regole che coinvolgano tutti i soggetti interessati, dalle istituzioni agli stessi cittadini utenti. Sta qui la vera questione centrale del riassetto del welfare in Umbria, come del resto propugnato dalla stessa Legge quadro sull’assistenza approvata dal Parlamento nel novembre 2000. Una legge che mentre mette a disposizione più risorse economiche per i nuovi servizi sociali territoriali, sposta l’accento sulla capacità dei diversi soggetti istituzionali e sociali di lavorare insieme. Ciò implica adottare nuove strategie organizzative e gestionali: più che porre l’accento sui costi dei servizi rivolti agli anziani – e quindi preoccuparsi unicamente delle spese, magari per vedere come e dove tagliarle – è meglio spostare l’attenzione sugli attori e sul rapporto tra pubblico e privato, con la coscienza che proprio da questa diversa impostazione ne deriva un vantaggio per le casse pubbliche. Tale nuova prospettiva gestionale è particolarmente urgente in Umbria stante l’antica tradizione dirigista e l’atteggiamento diffidente o strumentale o discriminatorio che ancora persiste nei confronti delle iniziative del Privato sociale.Per cui l’impegno intelligente ed aperto delle istituzioni dovrà essere orientato verso la messa a rete dei diversi soggetti pubblici (Aziende Asl, Comuni) e privati (3’Settore, volontariato, reti familiari e parentali). La logica dovrà essere quella di promuovere la rete come coalizione sociale per il governo dei processi (dall’analisi dei bisogni, alla realizzazione dei servizi, al controllo degli standard di qualità). Una coalizione formata da soggetti disposti a cooperare e allo stesso tempo a competere. A cooperare perché partecipano a pari titolo alla costruzione dei servizi di qualità. A competere perché, senza alcuna omologazione, stanno sul mercato sociale con la propria professionalità, specificità e intraprendenza. Ma affinché la competizione sia leale occorre che si realizzino le condizioni di pari opportunità a partire dal possesso delle informazioni necessarie per partecipare al processo decisionale sino alla fissazione trasparente e controllata dei criteri di qualità a cui i servizi residenziali o semiresidenziali per gli anziani e gli enti produttivi debbono conformarsi (norme edilizie – comprese le barriere architettoniche – ed igienico sanitarie, sicurezza degli ambienti, norme assicurative, qualificazione del personale, rispetto dei contratti di lavoro, carta dei servizi, qualità del contesto ambientale, qualità delle relazioni interpersonali, professionalità degli operatori, grado d’inserimento della struttura nel contesto comunitario e così via). Impegno innovativo quindi per le istituzioni pubbliche chiamate con imparzialità a promuovere, sostenere e valorizzare i soggetti del privato sociale, ma innovativo anche per gli stessi soggetti sociali che debbono diventare sempre più interlocutori rappresentativi e autorevoli delle istituzioni superando ogni frammentazione e la tentazione sempre presente di autoreferenzialità. Occorre invece dotarsi di una rappresentanza il più possibile unitaria. In una realtà come l’Umbria questo obiettivo è particolarmente urgente per i soggetti del privato sociale di area cattolica. Negli ultimi tempi, da più parti, è stata espressa l’esigenza di un diverso raccordo e coordinamento tra le Fondazioni o Enti o Istituzioni religiose che gestiscono strutture residenziali per anziani o disabili. Ora è necessario procedere: per uno scambio continuo di vedute, di esperienze, e di problematiche; per darsi una rappresentanza unitaria capace d’interagire e trattare con le Istituzioni (Regione, Asl, Comuni) e con i soggetti privati (sindacati, 3’settore); per essere soggetto culturale ed educativo nell’affrontare le problematiche degli anziani e le ricadute sul versante della famiglia , della società, delle relazioni intergenerazionali; per promuovere i valori della solidarietà, della condivisione, dell’attenzione preferenziale ai poveri.

AUTORE: Pasquale Caracciolo