Che fine faranno i profughi libici?

Quelli accolti in Umbria erano 285. Caritas preoccupata per la loro sorte

Tempo di lettura: 244 secondi

Libia-profughiNessuno dei 285 profughi giunti in Umbria dal nord Africa durante la guerra in Libia, e accolti in regione, ha accettato la procedura di rimpatrio assistito. Hanno scelto di restare in Italia, ma con un futuro pieno di incertezze. Per il ministero dell’Interno, dal 1° gennaio la questione “non è più un’emergenza” ma “stato ordinario”, spostando così la competenza dai dipartimenti territoriali di protezione civile allo stesso ministero attraverso le prefetture. Dalla fine di febbraio ai rifugiati veniva chiesto di lasciare i centri d’accoglienza ricevendo in “dote” un documento e 500 euro. Cosa succederà ora ai 13.000 profughi ancora presenti in Italia, e in particolare ai 285 presenti in Umbria? Alfonso Raus della Protezione civile dell’Umbria è stato il referente delle associazioni che hanno gestito l’emergenza umanitaria. Qui da noi, spiega Raus, sono state tre le reti di accoglienza attivatesi al momento dell’arrivo dei profughi nel 2011. Caritas, Arci, Associazione nazionale Comuni italiani (Anci), associazione Nazareth di Orvieto hanno attivato le proprie strutture (sedi di confraternite, associazioni di volontariato e fondazioni, ma anche appartamenti privati) e altri servizi quali l’insegnamento della lingua italiana, consulenza legale, assistenza psicologica, conoscenza dei servizi territoriali e del lavoro attraverso i Centri dell’impiego, tirocini formativi, esperienze lavorative presso attività gestite dai Comuni o associazioni e cooperative del territorio, oltre alle attività di socializzazione con la comunità locali. Quello che è mancato però, spiega Raus, “è un piano di effettiva integrazione con percorsi strutturati di tirocinio presso aziende. Per questo siamo nettamente in ritardo”. La decisione del Ministero ha suscitato non poche perplessità anche nelle Caritas. Solo per una serie di “categorie protette” si poteva prolungare oltre il 28 febbraio la possibilità di rimanere nei Centri di accoglienza, fino alla definitiva entrata nel programma nazionale Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). Nella categoria di persone vulnerabili rientrano genitori con minori, donne in attesa, soggetti che hanno subito gravi violenze fisiche o psicologiche, donne singole, malati. Dove sarebbero andati tutti gli altri rifugiati dopo il 28 febbraio, con i loro 500 euro, non è stato pensato dal Ministero; ma la preoccupazione degli operatori dei centri di accoglienza è quella di ricevere un’ondata di ritorno entro breve, appena esaurito il piccolo contributo. In particolare, secondo Caritas e Protezione civile, questi rifugiati lasciati andare senza aver creato una vera rete di servizi possono facilmente cadere preda del “caporalato” nelle campagne del Sud Italia. In conclusione, la situazione è estremamente confusa: il silenzio di Mohammed, rifugiato accolto preso le strutture della Caritas perugina, quando gli chiediamo del suo futuro, è a tale proposito la risposta più eloquente.

Una situazione mal indirizzata fin dall’inizio

Sulla situazione in Umbria parla Marcello Rinaldi, delegato regionale Caritas

Marcello Rinaldi, delegato regionale per la Caritas, afferma che il tentativo dei profughi “è stato ed è quello ricercare opportunità di lavoro sia in Umbria che, soprattutto, in altre parte d’Italia. In tal senso, una loro modalità di ricerca della destinazione geografica è sta quella di ricorrere alla rete di presenze di connazionali in Italia”.

Quali le maggiori criticità? “La maggiore criticità è la scelta, fatta a livello nazionale, di indirizzare i profughi provenienti dalla Libia alla procedura di richiesta di asilo. Scelta paradossale perché ha, in primo luogo, presupposto che questa tipologia di richiedenti avesse le caratteristiche per ottenere lo status di protezione internazionale, cosa che non si sta realizzando a seguito della quasi totalità degli esiti negativi da parte della Commissioni in Italia. In secondo luogo, dal punto di vista dei profughi, ha generato aspettative – se non convinzioni o pretese – che si sarebbero concretizzate le condizioni per insediarsi e rimanere in Italia”.

Un vero shock, per loro… “Per tutti gli accolti è difficile comprendere, e quindi accettare, le procedure e la complessità delle norme italiane. Si è assistito quindi a un impatto sui profughi stessi, che è stato connotato anche da una erogazione non sempre omogenea e non sempre supportata da una adeguata conoscenza da parte dei vari uffici territoriali (assistenza socio-sanitaria, iscrizione anagrafica, attribuzione codice fiscale, iscrizione Centri per l’impiego) sui diritti e sulle procedure riguardanti gli stranieri immigrati, in particolare quelli riconducibili allo status di richiedenti”.

Con quali effetti? “Le incerte prospettive di integrazione – a seguito dei numerosi dinieghi emessi dalla Commissione territoriale competente -, la complessità del sistema normativo e procedurale italiano, con il prolungamento di una logica strettamente assistenzialista derivante dal sistema emergenziale adottato a livello nazionale, hanno alimentato un clima di criticità e di tensione nelle varie strutture tra i profughi accolti, e tra questi e gli operatori impegnati nella erogazione dei vari servizi”.

Si sono avuti casi di delinquenza? “Il percorso di accoglienza ha richiesto in più occasioni interventi per gestire episodi di inosservanza, anche ripetuta, delle regole comportamentali delle strutture; di intolleranza tra ospiti, di frequentazione di soggetti e gruppi, esterni alle strutture, coinvolti anche in attività presumibilmente illecite. Nella maggior parte è stato anche necessario un supporto da parte delle forze dell’ordine e delle questure di Perugia e Terni”.

AUTORE: Mariangela Musolino