Come cambia il 1° Maggio

Nacque come manifestazione contro l’eccesso di lavoro, oggi ci troviamo nella situazione opposta, con situazioni tragiche a tutte le età

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Il Primo Maggio nacque come festa per celebrare una conquista sindacale: arginare il troppo lavoro, lo sfruttamento. La giornata lavorativa doveva fermarsi ad otto ore. Oggi il Primo Maggio rischia di celebrare il contrario: il lavoro che manca, l’occupazione ricercata e agognata da milioni di individui in un Occidente
in cui la disoccupazione – soprattutto tra i giovani – è in continua crescita. Da festa dei lavoratori a festa (mesta) degli aspiranti lavoratori. Il Primo Maggio di quest’anno cade appunto in un momento assai triste per l’economia italiana. Siamo dentro al quinto anno di crisi, siamo addirittura in recessione: significa che, ufficialmente, ci stiamo impoverendo. Un po’ la finanza ci sta mangiando i risparmi, molto dipende da condizioni lavorative da ansia.
I giovani. Nei mesi scorsi è rimbalzata fragorosamente nelle cronache la notizia che almeno un paio di milioni di giovani italiani non solo sono disoccupati, ma hanno pure perso ogni speranza: non cercano più un posto, non studiano, non si specializzano. Vivono in un limbo, in un’attesa che qualcosa cambi, in un presente grigio e senza prospettive. La questione riguarda soprattutto le donne residenti nel Mezzogiorno, ma ormai il fenomeno si sta allargando a macchia d’olio. Si smetta, una buona volta, di usare il termine “bamboccioni” per qualificare giovani (e meno giovani) inchiodati in casa dalla mancanza di un reddito e dal bisogno di essere mantenuti nonostante la non più fresca età. Le statistiche dicono che il contratto a tempo indeterminato viene fatto firmare solo nel 4% dei casi. Il resto si arrabatta tra lunghe gavette, tentativi di concorsi, lavoretti a tempo, stage “formativi” (e non retribuiti), insomma quella – eccessiva – flessibilità che la riforma del lavoro firmata Elsa Fornero vorrebbe in parte contenere. Così si tappano buchi, ma non si creano le forze lavorative di domani.
I “vecchi”. Cioè quelli che hanno 50 e più anni. Quelli che fino a poco tempo fa cominciavano a ragionare sui contributi versati e sugli anni mancanti alla pensione. Le continue riforme delle pensioni, l’ultima in particolare, hanno spostato l’asticella dell’età pensionabile di un buon decennio. Peccato però che le aziende mal tollerino di pagare stipendi a chi ha meno freschezza di un giovane, meno elasticità e soprattutto una busta paga nel tempo cresciuta molto più di quanto si paghi un apprendista o uno stagista. E perdere il lavoro a 57 anni, oggi, è semplicemente una tragedia: nessuno ti vuole, alla pensione mancano almeno cinque anni.

Da qui il recente fenomeno degli “esodati”, orrendo termine per definire gli sventurati di una certa età espulsi dal ciclo produttivo ma ancora lontani dalla pensione. Materiale di scarto, se non fossero uomini e donne in carne e ossa, con carichi familiari acclusi. Nel mezzo, milioni di lavoratori che sentono il posto di lavoro sempre più fragile e indebolito, le cui retribuzioni sono sostanzialmente inchiodate da anni a fronte di un costo della vita da Paese ricco. Direte: è una valle di lacrime. Sarebbe bello negarlo, ma se si pensa poi al milione e mezzo di cassintegrati – cioè di persone il cui posto di lavoro si sta sbriciolando – e alle nubi tempestose che si addensano sopra il cielo dell’impiego pubblico, l’ottimismo suonerebbe veramente falso. Centocinquant’anni dopo la nascita della festa del Primo Maggio, ritornano le ragioni per rimettere il lavoro al centro di tutto, come i costituenti italiani avevano enfaticamente sottolineato nel primo articolo della nostra Carta. Non esiste un “diritto” al lavoro: esiste l’assoluta necessità che tutti remino nella stessa direzione per creare nuova occupazione, per solidificare quella esistente. Anche con norme di equità e giustizia che eliminino assurde distorsioni che ad oggi continuano a prosperare.
Un esempio? È tempo di bilanci, di approvazione degli stessi da parte delle assemblee dei soci. È tempo di mettere gli occhi su certe retribuzioni. Come quella di un amministratore delegato – ma i casi simili fioccano qui come nel resto dell’Occidente – con uno stipendio da 2,5 milioni di euro annui, 200 mila mensili, 6.600 al giorno Natale compreso. La bravura sarà indiscutibile, la sproporzione con quanto guadagna un suo dipendente altrettanto: diciamo cento volte di più. O diciamo che, con il suo stipendio, si pagavano cento persone, o una cinquantina di molto valide. Insomma, o la famiglia di Superman si è trasferita in blocco sul pianeta Terra occupando i posti da capo-azienda, o c’è chi fa il bagno nei soldi facendo tirare la cinghia a tutti gli altri.

AUTORE: Nicola Salvagnin