Come cambia la fede in Italia

Tempo di lettura: 175 secondi

Mi hanno raccontato, con senso di delusione e rammarico, di due famiglie praticanti cattoliche che di punto in bianco non si sono più viste in chiesa; poi con il tam-tam tipico dei paesi si è saputo che erano approdate ad un’altra fede. Alle amiche hanno detto che, in fondo, si tratta della stessa fede; ma si sa che – di fatto – si sono ribattezzate e frequentano un’altra comunità. Un’altra storia riguarda un universitario che si è rattristato per il fatto che i suoi genitori sono entrati in una comunità pentecostale. Passaggi da una comunità religiosa ad un’altra ci sono sempre stati, e si chiamano in modo generico “conversioni”. Il fenomeno oggi è aumentato e accelerato a causa di ogni sorta di offerta religiosa. I sociologi hanno coniato la formula “mercato delle religioni”. In Italia ha fatto un bello studio Enzo Pesce, uno dei sociologi più esperti in materia, che ha pubblicato per le edizioni Paoline un agile libro dal titolo Vecchi e nuovi dèi. La geografia religiosa dell’Italia che cambia. Salva la tutela della libertà religiosa, che è un bene antropologico e sociale di altissimo valore, in ambito cattolico ci si deve prima di tutto risvegliare dall’idea che tutti i fedeli siano cristiani e che tutti i cristiani siano cattolici. Si deve distinguere tra coloro che sono cattolici e frequentano la vita della comunità; quelli che sono vicini, con i quali abbiamo rapporti di fraternità e scambi di dialogo; e coloro che sono lontani, che dobbiamo rispettare e amare, pur sapendo che alcuni di loro ci guardano con indifferenza o con sospetto o con livore e odio, pronti a combattere per eliminare ogni traccia di cristianesimo. Il fatto religioso oggi non è più un dato semplice e diffuso, coinvolgente e aggregante. Siamo in pieno pluralismo, che rischia di generare indifferenza o un distratto relativismo che serpeggia tra molti cattolici, per i quali tutto va bene nel rispetto della singolarità delle coscienze. Questo non è il senso di ciò che si deve intendere per ecumenismo. Tutti i movimenti settari e fondamentalisti, infatti, lo rifiutano, perché si fonda sul rispetto reciproco e sul dialogo ed ha come regola l’esclusione del proselitismo. È un patto dichiarato in tanti documenti congiunti tra le Chiese che hanno intrapreso una ricerca e una collaborazione per una maggiore unione in Cristo, per cui nessuno va a dir male della Chiesa sorella per trascinarne via i fedeli e indurli ad una “conversione”. Tra la nostra gente ci sono molti soggetti che si dichiarano cristiani e fanno un’insistente propaganda. Noi possiamo dire con san Paolo: “purché Cristo sia annunciato”. Ma nello stesso tempo dobbiamo anche considerare il danno che fanno alla comunità con la divisione che provocano, con le aspre critiche ad alcuni aspetti fondamentali della fede e della tradizione cattolica. Non si dica che questi fenomeni, come pensano alcuni tradizionalisti, sono frutto dell’ecumenismo. Ecumenismo e proselitismo sono in antitesi tra loro. Semmai, dal punto di vista cattolico, ci si deve domandare perché persone – si suppone – in buona fede si sentano attratte da gruppi di cui spesso non conoscono né l’origine né la vera identità né la dottrina. Una riflessione in questa direzione dovrebbe essere fatta, altrimenti di quale nuova evangelizzazione si può parlare? Corriamo il rischio di avviare un dialogo con i Gentili nel Cortile a loro consentito, e di trovarci di fronte ad un popolo di Dio frastornato e diviso, incapace di capire, e che si pone la domanda: “Perché questi e quelli, diversi e separati?”.

AUTORE: Elio Bromuri