Cosa ci sarà dopo la fine del mondo?

Società e religione. Convegno sull’escatologia all’abbazia di Casamari

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Dal calendario dei Maya che preconizzarono il termine del ciclo “del Lungo computo” per il 21 dicembre 2012 alle predizioni della fine del mondo nelle religioni orientali, nei nuovi culti, in letteratura e su internet. “Fine del mondo o avvento del Regno?” è il titolo del convegno che si è svolto giovedì 15 nell’abbazia di Casamari (Frosinone) su iniziativa della Commissione per l’ecumenismo e il dialogo della Conferenza episcopale laziale. “Il convegno – ha affermato mons. Giuseppe Petrocchi, vescovo di Latina e presidente della Commissione laziale – parte dalle domande che ciascuno di noi porta dentro: verso dove va la Storia? In quale direzione cammina il tempo e cosa ci sarà dopo la fine?”. “Sono domande – ha osservato mons. Ambrogio Spreafico, vescovo di Frosinone – nascoste e inespresse che rivelano un mondo di incertezza e di paura, una dimensione di precarietà dell’esistenza umana che domina la vita di oggi”. Il vescovo ha fatto notare come la questione della fine del mondo sia un tema antico della Bibbia, che risale al racconto del Diluvio, e ha commentato: “Da quel racconto emergono per l’umanità due responsabilità: quella dell’uomo davanti a Dio, e quella dell’uomo davanti al creato e al suo simile”. “L’uomo globalizzato, oltre che un nomade senza spazio e senza tempo, è anche un uomo senza cielo”; per questo “è difficile oggi dare un messaggio di vita eterna che dia luce e senso alla vita e alla morte, al dolore e alla gioia”.

È stato l’arcivescovo di Oristano e biblista mons. Ignazio Sanna a esplicitare così i termini della questione. “Oggi come oggi – ha spiegato – l’escatologia e la fine dei tempi, il loro annuncio e la loro dimensione di fede non possono non confrontarsi con la cultura contemporanea e, in modo particolare, con l’istanza del futuro che la contraddistingue”. L’annuncio dell’escatologia è sfidato anche dalle conseguenze della globalizzazione sull’antropologia. “L’aspirazione alla precaria immortalità del successo, della salute, della gioventù – ha aggiunto mons. Sanna – sta sostituendo la fede nell’immortalità dell’anima. L’effimero si mangia l’assoluto. Si è perso il riferimento alla provenienza dalla terra, dalle mani di Dio. L’uomo che non è più creato ma solo fatto, può essere anche disfatto. Non c’è futuro ultraterreno, perché tutto si consuma sotto il cielo, speranze e delusioni, successi e sconfitte, vita e morte”. Da qui la responsabilità che ricade oggi sui cristiani: “Testimoniare la nostra fede nella vita eterna” ma soprattutto la certezza di un giudizio finale che è giudizio da non temere: “Dio sa cosa c’è nel cuore dell’uomo, conosce le sue debolezze e sa come far prevalere la misericordia divina sul giudizio umano”.

Ma cosa si nasconde dietro al successo delle predizioni sulla fine del mondo? “Un misto di paura e di bisogno di certezze”, ha risposto Vincenzo Pace, docente di Sociologia delle religioni all’Università di Padova. “L’incertezza è compensata con l’ansia di trovare una risposta certa, che di solito viene offerta dalle tendenze fondamentaliste della religione, secondo cui è già tutto scritto e predetto nei testi sacri”. Per il sociologo, anche nel cristianesimo “questa ala millenarista continua oggi a essere molto attiva”. Alle religioni spetta, quindi, il compito di “raffreddare queste forme di entusiastica e allucinata attesa della fine del mondo ricordando il passo evangelico di Matteo in cui si dice che nessuno conosce l’ora”. Ma cosa dice a proposito della fine del mondo la tradizione cattolica? Il Concilio Vaticano II ribadì chiaramente che noi “ignoriamo il tempo in cui avranno fine la terra e l’umanità, e non sappiamo in che modo sarà trasformato l’universo” ha ricordato mons. Ignazio Sanna. Ha quindi concluso che ciò che conta per la teologia cattolica “è l’evento stesso, non il modo con cui le diverse categorie scientifiche, culturali, storiche, interpretano questo evento”.