Costruire, non distruggere

Tempo di lettura: 187 secondi

“A me piace costruire , non distruggere, dialogare per unire, così in Europa come all’interno della nostra Italia”. Così si è espresso Carlo Azeglio Ciampi, in un incontro con i giornalisti durante i festeggiamenti per la festa della Repubblica il 2 giugno scorso. La frase, anche se detta in risposta ad una provocazione che gli era stata rivolta, assume un carattere più generale e può essere presa come programmatica di ogni persona caricata di responsabilità pubblica. Sulla base di questa prospettiva si possono giudicare le scelte di governi, partiti, sindacati e anche delle stesse organizzazioni ecclesiastiche. Si deve inoltre allargare la prospettiva di Ciampi non più soltanto all’Italia e all’Europa, anche se ciò è già molto rilevante e necessario, ma anche agli orizzonti più vasti del mondo. Viviamo o no in una società globale? Chi può disinteressarsi di ciò che sta avvenendo e potrebbe avvenire di peggio in seguito tra India e Pakistan? E chi può disinteressarsi degli sviluppi del terrorismo e della guerra in Terra santa? Anche oggi, mentre sto scrivendo, le notizie riportano di un Kamikaze che ha causato la morte di diciotto persone innocenti. A proposito. Non Kamikaze, bisognerebbe chiamare costoro, perché il termine giapponese riguardava dei militari che colpivano obiettivi militari sacrificando se stessi. Non che sia una bella cosa. Ma c’è comunque una certa differenza, pur nella condanna della guerra e della violenza sotto tutte le forme. Qui si tratta della peggiore delle forme di terrorismo, tanto più disastroso e scandaloso quanto più si ammanta di ideologia teocratica. Ho sentito in televisione un mullah che incitava i suoi in un incontro di preghiera islamica gridando con enfasi: nessuno potrà mai privarci dell’unica arma che abbiamo, quella del martirio! Questa specie di predicazione è un vero e proprio incitamento alla violenza, contro se stessi e contro persone innocenti. E per venire a cose meno cruente ci si deve porre anche la domanda se certe leggi, come quella sull’immigrazione, tendono ad unire o spaccare il mondo in due aumentando la diffidenza, il rancore, l’invidia, il disprezzo, l’odio. E ancora per stare alle nostre faccende italiane: gli scioperi, in particolare quello ultimamente indetto dal “cinese”, unisce o divide? La risposta è più che facile, ha diviso il sindacato, divide l’ulivo, divide il paese. Potremmo continuare osservando anche il linguaggio di certi politici, i toni, gli atteggiamenti che ispirano disprezzo e arroganza. Chi sa che non dovessimo imparare dal Campionato mondiale di calcio, dallo sport in generale, non da quello dopato, che è un insulto, una vergogna, una frode. Ma da quello sano in cui si gareggia lealmente, ci si attiene alle decisioni degli arbitri, che si scelgono per competenza capacità e tirati a sorte, si accettano i risultati, e si rinvia il tutto al prossimo turno. Si dirà che questo è un ragionamento semplicistico, perché in politica e nelle contese sociali e territoriali sono in gioco interessi molto più forti e complessi e anche nello sport, d’altra parte, si insinua la violenza. Ma i criteri per superarla è proprio il ricorso alle regole comuni, la gerarchia dei valori, la priorità di salvaguardare la vita delle persone e delle comunità, il rispetto delle loro identità e delle loro bandiere, delle loro culture e delle loro religioni, in una gara di umanità e di saggezza. Umanità e saggezza che sono valori non solo da testimoniare, ma da costruire con l’educazione l’esempio e lo sforzo quotidiano per far emergere il meglio dell’essere umano. Forse qualcuno ci dirà che queste sono quelle “prediche inutili” di cui parlava tanto tempo fa Einaudi, con senso di pensoso realismo. Ma la necessità, quella di evitare le atrocità, la barbarie, la confusione e il disordine dovrebbe costituire un “utile” insegnamento. Come si dice, “fare di necessità virtù”.

AUTORE: Elio Bromuri