D’Annunzio esalta il lato umbro di Dante

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“Dante 2021” è il tema lanciato dal ministero dei Beni culturali in occasione del settimo centenario dalla morte del Sommo Poeta. Con iniziative che però iniziano fin da adesso. L’Umbria detiene un suo record relativo alla Divina Commedia: fu infatti realizzata a Foligno la primissima edizione del poema a stampa, battendo Venezia per un soffio. Era l’11 aprile 1472. Il prezioso volume può ancora adesso essere ammirato in una bacheca all’interno del museo di palazzo Trinci.

A dirla tutta, il valore di quell’edizione risiede tutto nella data, perché dal punto di vista filologico il risultato fu abbastanza mediocre. Leggendo infatti i primi versi dell’Inferno (quelli su cui si apre il libro in mostra), si nota una curiosa grafia “folignate”, con tante vocali trasformate in “u”…

Il commento di D’Annunzio

Il volume della Divina Commedia stampato a Foligno

Sia come sia, la Divina Commedia di Foligno viene esaltata da uno dei massimi autori del Novecento, Gabriele D’Annunzio, capace di trasformare qualsiasi dettaglio in qualcosa di epico. In quel caso l’occasione storica fu il 1911, data non legata a Dante bensì all’Unità d’Italia, di cui ricorreva il cinquantenario. L’editore fiorentino, ebreo di origini prussiane, Leo Samuel Olschki decise di onorare l’anniversario stampando un’edizione monumentale del poema di Dante, un volume enorme e costosissimo per facoltosi collezionisti. La prima a sottoscrivere l’operazione, prenotando una copia, fu la regina Margherita. Muovendosi con buon anticipo, fin dal 1909 Olschki aveva contattato D’Annunzio, allora all’apice della sua fama letteraria (non politica: siamo ben prima di Fiume), perché scrivesse l’introduzione, che doveva consistere in una breve biografia di Dante.

Non l’avesse mai fatto! Il Vate, inseguito dai creditori per le sue spese pazze, chiese un mucchio di soldi anticipati, ma per due anni non produsse una virgola, arrivando a consegnare il testo giusto all’ultimo secondo utile. Oltre ai problemi personali, D’Annunzio ebbe anche un “blocco delle scrittore”. Alla fine scartò l’idea della biografia per proporre un elogio di Dante, poi anche quel tentativo fallì, e infine D’Annunzio produsse di getto un testo in prosa che lui stesso definì “folle”, perché non rientrava per nulla negli accordi. Di fatto, questo proemio salta di palo in frasca seguendo la libera ispirazione, tra un alternarsi di allusioni raffinate e scene sanguigne.

Tutta la questione è contenuta nel volume D’Annunzio e l’edizione 1911 della Commedia, a cura di Laura Melosi, appena pubblicato appunto dalle edizioni Olschki. Ebbene, uno dei paragrafi più estesi del proemio riguarda proprio la Divina Commedia folignate, ricostruendo anche il vissuto dell’epoca; ed è di lì che ora citeremo ampi stralci (vedi il testo qui di seguito). Si inizia sottolineando la novità delle tecniche di stampa, che gli intellettuali di fine Quattrocento spesso disprezzavano come prodotto di basso livello.

Dario Rivarossa

Il testo di D’Annunzio

La scelta ‘coraggiosa’ dell’orafo folignate Emiliano Orfini

Quando i procaccianti del Bessarione vedendo nelle tremule mani di Costantino Lascari l’incunabolo portentoso irridevano a quel trovato di Barbari, quando Federico da Montefeltro in mezzo al suo stuolo di copiatori mostrava d’avere a sdegno e stomaco la novità di Alemagna arricciando quel naso gibbuto che s’infutura nel dittico di Piero de’ Franceschi [Piero della Francesca, ndr], un orafo e zecchiere di Foligno, pratico in intagli di acciari e in istampe di conii, chiamato Emiliano Orfini, primo fermò il pensiero di mettere in torchio il poema di Dante.

Questo vivace erede d’una famiglia privilegiata di zeccar moneta e pel Comune e pel Papa e pel tiranno, possedendo una prospera cartiera sul Sasso di Pale, era tratto dall’arte sua stessa e dai suoi stessi negozii a ben considerare quella invenzione dei punzoni e delle matrici e dei caratteri mobili. Spesso il suo cavallo grosso ambiava su la Via Flaminia verso l’Urbe e di là tornava alla turrita Porta Romana ove forse lo attendeva per novelle qualche Folignate di molte lettere come Silvestro Baldoli o Nicolò Tignosi o Federico Buonavoglia.

Era egli in contratto con quei due Alemanni del monastero di Santa Scolastica per fornir carta di Pale ai bisogni della stamperia. Aveva egli avuto tra mano uno di quei loro volumi? il Donato? il Lattanzio? Le nuove opere si compivano in vista dell’orto ove San Francesco aveva cangiato in rose le spine di San Benedetto. La Santità umbra proteggeva la paziente e diligente fatica. (…) Divenuto socio dello zecchiere umbro, il maestro renano [Giovanni Numeister] su la riva del Tupino fondò la stamperia memorabile ond’era per escire il primo esemplare impresso della Divina Comedia. (…)

Momento di misterioso valore quello in cui, brillando l’aprile su gli olivi della terra serafica e ai davanzali e alle soglie della casa di Emiliano Orfini, adattò il buon torcoliere la forma dei caratteri sul torchio e girò la vite di legno come a uno strettoio da uve per premere l’ultimo foglio. Era il tempo di pasqua, che soleva muovere «una volontà di dire» nel giovine Alighieri prima dell’esilio; era la «dolce stagione», che confortò la paura del pellegrino impedito dalla lonza leggiera, al cominciar dell’erta, prima che il savio Duca [Virgilio] gli apparisse.

Gabriele D’Annunzio

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