Dio benedica le Chiese sorelle dell’Umbria!

Parola di Vescovo

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Come un giovane incantato di fronte alla sua storia d’amore, quasi quattordici anni fa ho iniziato il mio servizio di vescovo nella terra dei santi Benedetto e Francesco, affascinato dalla bellezza spirituale dell’antica comunità spoletana-nursina. Ormai con le valigie in mano, memore dell’episcopato itinerante degli Apostoli, ringrazio il Signore per aver tenuto vivo nel mio cuore l’amore e per avermi fatto dono, quasi ogni giorno, del suo prezioso corifeo che è l’entusiasmo. Dal Monteluco di Spoleto vado a La Verna, dalla casa natale di Benedetto in Norcia salgo a Camaldoli, dall’amato giovane Ponziano, protomartire di Spoleto, vado 108’successore del protomartire Donato, vescovo della Chiesa di Arezzo. In limine templi mi sia consentito voltarmi indietro appena un istante, per benedire. Il giorno stesso della mia ordinazione episcopale per le mani di Giovanni Paolo II nella Basilica vaticana, ancora confuso e incerto nel nuovo ruolo, l’arcivescovo Boccardo, ora mio successore, ma già allora amico carissimo, mi si avvicinava ricordandomi: Episcopus in Ecclesia latina semper benedicit! Saluto il popolo di Dio della Chiesa che ho avuto l’onore e la gioia di servire in questi anni. Il numero 14 è il primo che compare nel Vangelo e i santi Padri gli attribuiscono un valore epico. Tre volte quattordici, dall’inizio della storia all’incontro con Gesù. Altri quattordici anni mi restano per il servizio attivo, nel rispetto dell’anagrafe e della legge canonica. Non so quanto altro tempo mi sarà dato da vivere, ma ho certa speranza, alla fine, di incontrare il Signore. Saluto con affetto il presbiterio di cui ancora per pochi giorni sono il 134’sacerdote: lo ringrazio per la testimonianza di unità e di pace che mi ha dato negli anni, assieme a efficace collaborazione. È tra i doni più preziosi che lascio a chi viene dopo di me. Ho creduto con tutte le forze nella generazione nova della mia Chiesa e dell’Umbria. Ai ragazzi che, cresciuti, ora nei vari luoghi a cui il Signore li ha chiamati reggono la piccola e splendida società umbra, va la mia stima, il mio incoraggiamento e la gratitudine perché da loro mi sono sempre sentito compreso. Ringrazio anche quanti la pensarono diversamente da me, giacché, fautore del dialogo, da sempre, ritengo che anche quelle piccole parti della società civile che pensarono di dissentire dalle linee che davo, mi hanno effettivamente aiutato. A loro debbo, forse, la inusitata generosità della Santa Sede che, dal piccolo gioiello che è Spoleto, mi chiama a reggere una diocesi cinque volte più grande. Sono comunque convinto che la Chiesa non è costituita di chilometri e di realtà importanti nella logica mondana, ma di relazioni. In questo, l’unica piccola vena di tristezza, giacché mi è chiesto, nella logica dell’obbedienza evangelica, di infrangere la ricchissima rete di rapporti umani che ho avuto in dono in questi quattordici anni di servizio umbro. Vorrei offrire al Signore anche questa mia piccola spina, nello stesso spirito del fracto alabastro con cui Maria Maddalena spezza una cosa preziosa, pur di ungere i piedi al Cristo. Forse il mio piccolo, personale Venerdì santo giova perché possa rientrare anche esperienzialmente nella realtà pasquale che ho predicato ininterrottamente in questi anni. Prego il Signore perché i semi che ho potuto lanciare a piene mani, grazie alla fiducia dei miei confratelli Vescovi nell’ambito della carità, della salute, dei migranti, della comunicazione, degli oratori e dei beni culturali e, da ultimo, attraverso il ‘Fondo di solidarietà delle Chiese umbre’, possano fiorire e fruttificare. Al settimanale La Voce, che sempre mi ha offerto spazio e collaborazione, e in particolare all’ottimo mons. Bromuri, il nostro carissimo don Elio che mi ha consigliato, guidato e sostenuto in questi anni, un grazie dal cuore, con affetto.

AUTORE: ' Riccardo Fontana