Dio si fa riconoscere dai segni

Commento alla liturgia della Domenica a cura di mons. Giuseppe Chiaretti II Domenica del tempo ordinario - anno C

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Il “segno” è un richiamo che ci rimanda a qualcosa d’altro, di più grande ed importante. La sproporzione innaturale tra causa ed effetto, come il guarire persone, radicalmente ed immediatamente, da qualsiasi grave sofferenza, non può non destare meraviglia e stupore; eppure per Gesù, che non è un prestigiatore o un illusionista, sono attività normali, da vero Signore del cosmo. La natura divina di Gesù non si dimostra solo da questi segni, ovviamente, ma ancor più dal suo insegnamento e comportamento: se conosciuti, non possiamo non “innamorarci” di Lui, del suo entrare consapevolmente e per amore di tutti noi peccatori nel paradosso della morte perdonando i suoi carnefici, del suo risuscitare da morte e dare prova ripetutamente del suo vivere, del suo identificarsi con la pienezza dell’essere e dell’esistente (ho On, cioè “sono l’essere che esiste”, scrivono gli iconografi orientali del Pantocrator nell’aureola di luce).

Non è da dimenticare che la fede cristiana è un dono sovrannaturale che non contrasta con la ragione, ma la eleva, e va chiesto ripetutamente a Chi può darlo. È vero, come è stato detto, che “la ragione crea gli idoli, e solo lo stupore conosce”, ma trattasi di ragione assolutizzante e ideologizzante che esclude domande e interrogativi ulteriori. Lo stupore invece è proprio della fede che invita a scoprire l’ulteriore. Il Vangelo di Giovanni di oggi ci racconta il primo di questi segni. Fu tale per i discepoli e per la gente che festeggiava il matrimonio di una giovane coppia: Gesù operò il suo primo miracolo, la moltiplicazione del vino, su sollecitazione di sua Madre che disse ai servi “fate quello che lui vi dirà”. Gesù, provocato da sua madre, mutò l’acqua di sei grandi giare di pietra in vino buono (kalòn, bello, gustoso, dice il testo greco) per togliere d’imbarazzo i due sposini. Con il suo comportamento Gesù mostra d’essere sensibile e vicino “alle gioie e alle speranze, alle tristezze e alle angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di coloro che soffrono”, come afferma solennemente la Gaudium et spes conciliare in apertura; e tali sono e devono essere i discepoli di Cristo, dal momento che “nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore” (GS 1).

Questo vuole anche dire quanto sia importante quell’insieme di virtù e di attività che danno corpo alla tipica carità cristiana, per le quali Cristo è riconosciuto come l’Emmanuel, e sono riconosciuti anche i cristiani come suoi discepoli. Leggendo questo segno che ha interessato direttamente una giovane famiglia, il pensiero non può non andare ancora una volta all’importanza fondamentale della famiglia, della sua vita interna, degli stessi processi educativi, con i quali solamente un figlio può crescere e diventare e dirsi con verità maturo e responsabile. È di grande importanza anche per noi l’intervento “autorevole” di Maria, che non sta tanto a discutere su ciò che è accaduto, ma dà un ordine preciso, e fors’anche uno sguardo “deciso” a suo Figlio, quasi maternamente sollecitando ad anticipare la sua “ora”.

Questo comportamento di Maria è molto significativo anche per noi, perché costituisce un legame permanente tra Gesù e noi. Il Concilio, dopo aver detto “Maria cooperò in modo tutto speciale all’opera del Salvatore” (LG 61), la qualifica anche come “Madre della Chiesa” che accoglie le nostre preghiere, le potenzia con la sua intercessione, ci rende disponibili all’azione della grazia. “La maternità di Maria nell’economia della grazia perdura senza soste” (Paolo VI, breve apostolico In Spiritu Sancto, 8 dic. 1965). Viene così inteso ufficialmente dalla Chiesa quel titolo popolare di “Mediatrice” usato spesso dalla pietà dei devoti, che sembrerebbe contrastare la parola di Paolo: “Uno solo è il mediatore tra Dio e gli uomini, l’Uomo Cristo Gesù” (1 Tim 2,5), mentre va inteso “in modo che nulla distrugga o aggiunga alla dignità e alla efficacia di Cristo, unico Mediatore” (LG 62).

Torniamo quindi ad affidare con frequenza e con fiducia le nostre preghiere alla Madre del Signore, soprattutto con quei messaggini di richiesta che la Chiesa ha posto sulle nostre labbra, integrando il saluto dell’angelo: “Piena di grazia, prega per noi, peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte”.

TRE “GIORNATE”

In questa domenica, siamo anche invitati a riflettere su tre problemi di grande impatto religioso e sociale. Il primo è, nella giornata dedicata ai migranti e ai rifugiati, la riflessione, l’interessamento e la scelta sociale e politica a favore di queste due categorie di persone, costrette a fuggirsene altrove alla ricerca del pane quotidiano e della sicurezza di vita. Il secondo è la giornata del dialogo tra cattolici ed ebrei. Dopo tutta la sofferenza inferta a questo popolo, cui appartenevano Gesù e la Madonna e gli apostoli; dopo i dialoghi e le dichiarazioni solenni del Concilio e della Chiesa nei loro riguardi; non si può più accettare un atteggiamento e un comportamento antisemitico, che vanno qua e là risorgendo. Il terzo è la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Le divisioni tuttora esistenti tra cristiani sono pur sempre un segno di infedeltà a Cristo, il quale pregò il Padre dicendogli “che tutti siano uno, e così il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17,21).

AUTORE: Giuseppe Chiaretti