È l’ora degli oratori?

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Si dice che in Umbria gli oratori non abbiano avuto grande fortuna in passato, né vi sia una tradizione consolidata come al Nord Italia. Forse perché la nostra è una realtà sociale diversa, più piccola, a dimensione di famiglia numerosa contadina o di piccole comunità di paese. Qualcosa di più c’era nelle città, nelle grandi parrocchie o per opera di salesiani e oratoriani di San Filippo. Ma è pur vero che non vi era pressoché parrocchia che non avesse un gruppo di ragazzi e di giovani che circolavano intorno ad un prete giovane o di media età, riconosciuto e seguito di fatto come amico, compagno di vita e anche animatore di giochi, attività istruttive e ricreative insieme. Ora, senza fare una storia, che sarebbe la storia delle parrocchie, della desertificazione dei centri minori, del calo delle vocazioni, dell’avvento della televisione, del benessere che porta i ragazzi nelle palestre, scuole di danza o sale di giochi elettronici, mi sembra che vi sia anche una questione di carattere teologico e pastorale o comunque di mentalità e stile ecclesiale. Sono venute meno le intuizioni pedagogiche tese a valorizzare le relazioni umane, quelle, per fare un esempio, che hanno ispirato il metodo preventivo di don Giovanni Bosco nell’Ottocento e che ha avuto un efficace seguito per il secolo successivo. Si può dire che ci sia stata una specie di eclissi di ciò che si può rapportare a quei ‘preamboli della fede’ di stampo tomistico, rapportati alla formazione cristiana. Sono stati privilegiati orientamenti nuovi con la prospettiva di cogliere più direttamente la formazione cristiana nei suoi elementi specifici e ciò ha indotto molti a pensare che si dovessero sciogliere le file delle vecchie strutture (oratori e simili) e ripartire da zero. Ricordo un filosofo cattolico di fama che affermava non esserci uno sport cristiano, un alpinismo cristiano e così via. Una specie di secolarizzazione delle attività umane ritenute autonome e sganciate da ogni riferimento con la vita cristiana. L’oratorio, e iniziative similari, sono stati considerati perdita di tempo e inutile spreco di energie. Famiglie e istituzioni pubbliche sono state chiamate in causa ed hanno fornito soluzioni alternative: centri di vita associata (Cva), associazioni ideologiche (Arci), iniziative massoniche, mentre le parrocchie sono state a guardare. Ora, da segnali che provengono dai vertici ecclesiali, da proposte di vescovi umbri (vedi articolo in pagina di Spoleto e l’intervento di mons. Fontana in pag.11) e da concrete esperienze, sembra che si riparta per un rilancio degli oratori e anche di altre proposte affini, come le sale della comunità per il cineforum, il teatro e altre attività culturali. E’ un segno di fiducia che la Chiesa riafferma in se stessa come maestra di umanità capace di educare, di essere centro di vita associata sulla base dell’apprezzamento e della valorizzazione di tutto ciò che esprime l’autentica umanità nelle espressioni e manifestazioni primarie di ragazzi e giovani, un desiderio di essere mondo vivo e vitale e di offrirsi come guida a servizio delle domande che provengono da un mondo molto vezzeggiato e poco ascoltato. Sappiamo tutti quanto grande sia il contributo di uomini religiosi, e quante risorse provengono dall’ambito ecclesiale, per tante opere umanitarie. Forse è da considerare come una priorità educativa e pastorale stare accanto agli adolescenti, che confessano spesso la loro solitudine (‘Non c’è neppure un prete per chiacchierà’, canzone di Celentano). Essi sono il futuro della nostra società.

AUTORE: Elio Bromuri