‘Ecco l’uomo’ che ci interpella

Il vescovo emerito mons. Goretti ripercorre gli ultimi due convegni organizzati dall'Istituto Serafico. Da un'opera di carità nascono forti interrogativi verso società e politica

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Gli ultimi due convegni promossi dall’Istituto Serafico di Assisi, ai quali ho avuto ancora la fortuna di partecipare, meritano alcune considerazioni. Infatti non si possono dimenticare le parole con cui Cristo ci ha parlato del giudizio finale: ‘Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me’ (Mt 25,46). Il Serafico si dedica con particolare passione – coadiuvato dalla scienza, dalla pedagogia e dalla professionalità del personale – a questi nostri fratelli ciechi e pluriminorati, veramente tra i più piccoli purtroppo, talvolta abbandonati, comunque persone meritevoli di amore e di ogni attenzione. Purtroppo l’istituzione diocesana in questi ultimi anni ha visto l’aggravamento dei suoi ospiti: accoglie ormai persone gravi e gravissime, di fronte alle quali nessun nucleo familiare ha la capacità da solo di reggere il peso dell’assistenza. Il Serafico è un’opera segno ed è una scuola di vita: di fronte al dolore cala il nostro innato narcisismo, si impara ad affrontare le difficoltà e le sofferenze, ci si apre alla solidarietà, si riscopre il valore dell’umiltà e della semplicità, si avverte il limite che è proprio ad ogni creatura, poiché ognuno di noi è carente in qualcosa. Le membra deboli, come scriveva san Paolo ai Corinzi, talvolta sono le più importanti e le più necessarie. Visitando l’Istituto, inoltre, nasce una spontanea reazione a quella diffusa mentalità per cui di fronte anche a un semplice sospetto di malformazione si ricorre con facilità all’aborto; e non voglia il cielo che col tempo si arrivi a programmare il figlio superdotato, in modo che non abbia più diritto a nascere neppure il concepito più normale. Nel giugno dell’anno scorso si affrontò il tema ‘E dopo di noi?’. È il lancinante interrogativo che si pongono le mamme e i papà consapevoli della brevità della loro vita. Del resto chi può sostituire l’amore e la capacità di sacrificio dei genitori? Mi viene in mente la protagonista del recente libro Cara creatura di Pino Rovereto (ed. Bompiani), in cui si racconta di una mamma che per recuperare il figlio tossicodipendente è stata capace di passare sei mesi sotto il ponte di un fiume, pur di non abbandonarlo. Quest’anno il convegno ha riguardato la disabilità in generale, con la partecipazione di un notevole numero di genitori. Nessuno meglio di loro poteva dare una testimonianza diretta e reale delle loro difficoltà e delle loro sofferenze! Alcuni interventi sono stati traumatici per ciò che sono riusciti a dire. Nicola Miriano, procuratore capo della Repubblica a Perugia, non ha parlato solo di quanto la legislazione ha già recepito ma anche di quanto ancora resta da fare. Simona Bellini, portavoce del Coordinamento nazionale famiglie con disabili gravi e gravissimi, con coraggio ha illustrato richieste precise e concrete. Di fronte a sindacati e partiti che giustamente lottano per anticipare l’età pensionabile per le persone che svolgono lavori particolarmente logoranti, com’è che nessuno di loro si è mosso per questa particolare categoria? C’è forse un lavoro più logorante di quello di una mamma che assiste giorno e notte un figlio disabile grave? Ed è sufficiente che alle famiglie si offra al massimo la possibilità di un lavoro part-time e non un premio, come meriterebbero, se non altro per quanto fanno risparmiare alla pubblica assistenza? Da Assisi e dall’Umbria deve partire una forte campagna di sensibilizzazione. Non si può separare Dio dai suoi figli, il Creatore dalle sue creature. Mi capita di incontrare ricchi e di scoprire le loro povertà, di parlare con i potenti e di notare le loro piccolezze, di dialogare con i gaudenti e di vedere le loro insoddisfazioni, di chiacchierare con i vanitosi e di scorgere le loro maschere. E mi capita più spesso di incontrare i poveri e in loro raramente trovo finzioni, trucchi, maschere, ma anzi dietro le loro rughe, le loro poveri vesti, il loro quasi non-essere, non di rado scorgo una bellezza unica, simile a quella dell’Ecce Homo morto per noi sulla croce. L”uomo, qualunque uomo’ è e resta sostanzialmente un povero. La vera solidarietà nasce dalla consapevolezza di questa comune indigenza, poiché al centro di tutto non c’è che l’amore. Ha scritto don Primo Mazzolari: ‘Il capitale, gli strumenti di lavoro, Dio non ce li mette per me o per pochi altri, ma per tutti, così ch’io rubo a Lui nei fratelli ogni qualvolta mi tengo di più del mio vero bisogno… Dove non c’è nessun amore, il di più non c’è: dove c’è poco amore, il di più è sempre scarso: dove c’è tanto amore, tutto è di più, anche la propria vita’. (La Via Crucis del povero, Edb, pp. 43-44).

AUTORE: ' Sergio Goretti