I disastri dei media

La pubblicità data all’idea del pastore americano Jones di bruciare il Corano ha scatenato ulteriori violenze contro i cristiani. I mass media ne sono complici

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“Le parole sono pietre”, scriveva Carlo Levi… Una conferma è arrivata in questi giorni con il reverendo Terry Jones che, con le sue dichiarazioni contro l’islam e l’intenzione (poi rientrata) di bruciare il Corano l’11 settembre, ha sì avuto “il suo quarto d’ora di celebrità”, ma ha anche suscitato violente reazioni nel Kashmir indiano, già lacerato da drammatici scontri interni, con 17 vittime e 100 feriti. Una scuola cristiana, vicino al capoluogo Srinagar è stata assaltata e incendiata. Nella “vicenda Terry Jones” che ruolo hanno giocato i media? Lo abbiamo chiesto a Fausto Colombo, docente di Teoria e tecnica dei media all’Università Cattolica di Milano. Da dove nasce tutta la risonanza mediatica di cui ha goduto Jones? ”È stata una vicenda che ha a che vedere con i cosiddetti processi di visibilità, come vengono chiamati tecnicamente. Il rogo del Corano è un atto disdicevole ma è un piccolissimo episodio, locale, della provincia se non geografica, culturale degli Stati Uniti. È un piccolo fenomeno, assolutamente esecrabile, ma che sulla scena dei media, e della visibilità pubblica che offrono, diventa globale in quanto si carica di un valore simbolico di ordine generale, provocando reazioni anticristiane come è avvenuto in Kashmir, confondendosi con le forti tensioni politiche del Paese. La capacità dei media di rendere simbolico un piccolo gesto fa sì che sempre più schegge impazzite possano lavorare per organizzare gesti simbolici. Sanno infatti che, più il gesto è lesivo e violento, più i media se ne occuperanno. I media fanno da cassa di risonanza al gesto violento”. Come dovrebbero agire gli organi di informazione per non fare da cassa di risonanza in casi come questi?“Non penso che possano fare molto. I media fanno il loro mestiere, sono basati su delle norme. Certo si può essere prudenti, attenti. Un bravo giornalista, dotato di una sua deontologia, farà molta attenzione a non contribuire a seminare odio. Nei fatti, tuttavia, sappiamo che le cose non vanno così: se una notizia viene data da un giornale, gli altri resistono magari per un giorno e poi ci vanno su anch’essi. Lo abbiamo visto in molte circostanze, per fortuna meno drammatiche, anche di recente in Italia. La mia sensazione è che non si possa fare molto. Questo è un periodo molto oscuro – dobbiamo averne la consapevolezza -, in cui la meraviglia tecnologica ha come altra faccia della medaglia questa grande istintività, oscurità, questa efficacia del male. Sono tempi molto ambigui, in cui serve tenere ferma la barra e credere in valori come la convivenza ed essere pronti a sopportare queste esplosioni di male”. Davanti a situazioni di effettiva persecuzione dei cristiani emerge un certo silenzio dei media occidentali. A che cosa è dovuto? “Esiste una corrente di opinione nei media che, mentre attacca l’islam, tace davanti a fatti di intolleranza religiosa in Paesi islamici. Ne deriva un’informazione che, pur dichiarandosi dalla parte dei diritti umani, non dà grossa importanza all’incendio di chiese cristiane per mano di fanatici e neppure dà molto spazio alle persecuzioni”. Parlare di persecuzioni contro i cristiani non sembra essere “politically correct”… “Temi come quelli della libertà religiosa e dei diritti umani vengono sempre evocati in astratto. Un’astrattezza che rende difficile leggere, sugli organi di informazione, notizie sulle persecuzioni contro i cristiani in atto in varie parti del mondo. In realtà a nessuno importa di difendere la libertà religiosa. Le cause di ciò non sono, cioè, nel disinteresse specifico ma nel falso interesse dei media verso la religione cristiana”.

AUTORE: Daniele Rocchi