Idee e proposte per lavorare insieme

Il dibattito seguito alla introduzione di Luca Diotallevi

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La presente sintesi, che riporta alcuni degli interventi svolti durante il seminario di studio “La Chiesa umbra: oggi e domani”, è il frutto di una rielaborazione volta a riportare i contenuti essenziali di quanto esposto dai relatori. Non hanno la pretesa di essere esaustivi della ricchezza di quanto è emerso dall’incontro, quanto piuttosto di sottolineare gli aspetti che ci sono sembrati più adatti a promuovere una riflessione. Con questo auspicio li proponiamo ai nostri lettori. Non è escluso che si possano riportare nei prossimi numeri degli interventi di coloro che erano presenti e anche di chi, non avendo partecipato all’incontro, volesse dire la sua sulle questioni che in questo “speciale” sono trattate. L’importanza, infatti, di quello che i vescovi umbri hanno proposto non è finalizzato solo ad ottenere risposte meditate e proposte fattibili nella concreta azione pastorale unitaria della regione ecclesiastica umbra, quanto ancor più di dinamizzare la comunità intera facendola esercitare nella riflessione facendola sentir coinvolta con le sorti della Chiesa e della società. Mettersi in gioco, sentire responsabilità e passione per la Chiesa, la sua unità, la sua capacità di parlare agli uomini e alle donne di oggi, avere un peso specifico nella società di essere riconosciuta come portatrice di speranza, tutto questo fa crescere le persone e l’intera comunità. Questo è quanto direttamente o indirettamente vuole, realizzare l’iniziativa svolta ad Assisi. Ha rotto il ghiaccio, come si dice, con un primo intervento Carlo Salciarini dell’Azione cattolica di Gubbio, che ha ricordato la definizione di Chiesa come “popolo in cammino” ed ha marcato la carenza di promozione del laicato, considerato come supplenza alla gerarchia. Quando si dice ai laici “datevi da fare perché mancano i preti, io mi sento offeso e umiliato”. Ha detto anche di non condividere le messe riservate a qualche gruppo o movimento, perché rischiano di dividere il popolo di Dio. Un’immediata risposta a Salciarini è venuta da Stefano Ragnacci, della comunità Magnificat. Egli ha detto che i movimenti sono una realtà ecclesiale che vale la pena di studiare e conoscere. Le parrocchie hanno il fiato corto e lui le conosce bene perché vi è vissuto ed ha avuto anche uno zio sacerdote morto prematuramente. Perciò non ha pregiudizi nei confronti delle parrocchie che per riprendere vitalità devono servirsi dell’animazione dei movimenti stessi Su una linea simile si è mosso l’intervento di Giuseppe Capaccioni, responsabile Comunione e Liberazione, che ha iniziato il suo intervento citando Dostoevskij: “Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere, credere proprio, alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?”. E sottolinea la necessità di riscoprire le ragioni profonde dell’adesione di ciascuno alla fede cristiana. Lo stupore e la coscienza di quanto il Mistero fa accadere in mezzo a noi è, prima di qualsiasi analisi o progetto, il punto di partenza per portare la speranza cristiana nel mondo. La Chiesa umbra è ricca di tali testimoni, in tutti gli ambiti della società. In questa ottica appare fuorviante la contrapposizione che alcuni vorrebbero vedere tra movimenti e parrocchie: la Chiesa è una, e raggiunge ciascuno attraverso i diversi carismi che lo Spirito suscita al suo interno. Bellissimo ed efficace è stato l’intervento del professore universitario di grande prestigio Pierluigi Grasselli il quale ha fermato efficacemente l’attenzione sul bene comune, inteso in senso ampio. Il Bene comune è un bene relazionale, alla realizzazione del quale tutti concorrono e dal quale tutti traggono beneficio. Tutti i principi della dottrina sociale cristiana convergono nella definizione del Bene comune. Ripensare il programmazione pastorale sotto questo aspetto può essere risolutivo, sia sul versante della Chiesa che su quello della società civile e aiuta a sciogliere quei nodi che talvolta sembrano troppo stretti. Mons. Franco Sgoluppi, vicario della diocesi di Città di Castello, a sua volta si è detto disposto a ritornare in campo nela dimensione della pastorale regionale, purché non sia… un “fuoco di paglia” (come ha suggerito, con humor, mons. Paglia). Ha indicato come prima esigenza quella di “ritrovarci insieme a pensare”. Ha ricordato a questo proposito ina lettera del Consiglio presbiterale regionale del 1999 in cui si proponeva di scambiarsi dei servizi pastorali secondo un principio di complementarietà e di comunione. L’intervento di don Luciano Avenati è stato complesso e stimolante, difficile da sintetizzarsi. In poche parole possiamo dire che ha lamentato la poca aderenza al Concilio della Chiesa che si trova a vivere in Umbria. È arrivato a dire che oggi nella mentalità del mondo ecclesiale regionale, e oltre, sembra che sia attuale e moderno ciò che apparteneva all’antica tradizione e sembra vecchio e invecchiato quanto definito dal Concilio Vaticano II. Ha avuto parole di difesa della parrocchia, che alcuni vorrebbero relegare tra le cose vecchie e sorpassate a favore dei movimenti, che secondo lui non possono avere il monopolio della pastorale. Ha fatto anche proposte operative molto concrete come l’indicazione di uno o due centri diocesani spiritualità che siano di supporto alle parrocchie, sottolineando “diocesani”. A questo proposito, saltando altri interventi, ci sembra giusto riportare quanto detto dal rettore del seminario regionale mons. Nazzareno Marconi, il quale ha difeso i movimenti affermando che devono essere considerati come gli ordini religiosi del medioevo che hanno portato vitalità e slancio nuovo alla Chiesa fino a i nostri giorni. “Pensate cosa sarebbe l’Umbria senza i francescani!”, ha detto, aggiungendo una sottolineatura del fatto che anche il mondo cambia e noi siamo preti e laici del secolo scorso. Mentre il mondo cambia sotto i nostri occhi, non abbiamo il diritto di scomunicarci a vicenda. I preti futuri vengono dai movimenti e saranno preti di questo secolo e non di quello trascorso. Un intervento suggestivo, secondo lo stile a lui proprio, è stato quello di don Angelo Fanucci, l’assiduo estensore della rubrica, ironicamente titolata “Abat jour”, che ha lamentato la diminuzione dei servizi sociali ed ha tenuto a fare la distinzione tra Chiesa e Regno di Dio. La Chiesa è anticipazione, preparazione, del Regno. Ha poi messo in successione progressiva lo Stato assoluto, lo Stato democratico e infine lo Stato sociale. Non si è capito bene cosa intendesse dire precisamente, ma l’allusione ad un avvicinamento verso il regno che si realizza anche fuori della Chiesa nell’apertura versoi poveri, sembra plausibile.Su questo terreno si è mosso anche mons. Elio bromuri, quando ha citato Benedetto XVI che a sua volta aveva citato san Bonavetura, secondo il quale le chiese “deficiunt sed proficiunt”, in conseguenza del seme che cresce e si sviluppa sia che tu vegli sia che tu dorma, come dice il Vangelo. Ciò nonostante e qundi con la serenità che ci viene dalla fede possiamo mettere in campo tutte le nostre risorse di mente e di cuore per lavorare nella vigna del Signore. Nel suo intervento, Lucio Conti vice presidente della Azione cattolica di Terni, ha lamentato la tendenza a lavorare da soli mentre si deve prendere lo stile del lavorare insiemeUn intervento di grande spessore e passione è stao fatto dall’avvocato Nicola Molè che ha invitato a riflettere su quale comunità cristiana noi puntiamo l’attenzione. Ha criticato forme sbrigative e superficiali di affrontare le cose di Dio e della Chiesa, asserendo che vi sono anche degli abbandoni silenziosi che dovrebbero far pensare. Rievocando esperienze passate di Azione cattolica in cui Molè è stato protagonista per molti anni ha perorato la causa della formazione permanente del laicato perché possa inserirsi consapevolmente e responsabilmente nella vita della Chiesa. Non è mancato il baldanzoso intervento del giovane che opera nella Chiesa e nella società in prima persona e con idee precise, con pronta determinazione, persino entusiastica, di impegno. Non ha detto il suo nome, per tutti era il giovane. Si chiama Diego Catanossi ha 24 anni ed è di Spoleto. Ha provocatoriamente fatto alcune domande e dato risposte fuori da schemi preconfezionati suscitando interesse nell’assemblea. Ha detto che mancano i maestri, mancano i testimoni, basta con il passato, guardiamo al futuro ed ha finito con il dire che le utopie che sono il “non luogo” possono dare senso ai “luoghi” volendo invitare al coraggio nell’affrontare il futuro e nutrire la speranza nei giovani, che non vanno delusi. Sono intervenuti anche Antonio Nizzi e Vittorio Peri con significativi contributi che sono riportati in altra pagine del giornale.

AUTORE: Maria Rita Valli