Il caso Gesenu e quello di Umbria Mobilità

Perché la situazione di queste due società è un segnale di decadenza per la regione?

Tempo di lettura: 133 secondi

Trasporti e ambiente: l’Umbria sta perdendo in maniera progressiva punti di riferimento che sembravano inossidabili. Il destino di Umbria Mobilità è segnato. Le vicende della Gesenu sono al centro della cronaca, e non per una nuova campagnDiscarica-pietramelina-foto-troccoli-cmyka di sensibilizzazione per la raccolta differenziata…

Perché la situazione di queste due società è un segnale di decadenza? Facciamo un passo indietro.

Umbria Mobilità, operativa dal 1° dicembre 2010, diventa la società umbra di trasporto pubblico, nata dalla fusione delle aziende operanti sul territorio regionale: Apm, Atc, Ssit e Fcu. Venne presentata come un’idea brillante per mantenere la competitività in un settore – quello dei trasporti soggetto a tanti cambiamenti e perennemente in perdita, anche per la cronica incapacità di far scegliere il mezzo pubblico ai cittadini per gestire al meglio il traffico e l’ambiente.

Sono passati più di quattro anni da quando ci fu la gravissima crisi di liquidità, per i problemi legati ai crediti per gli appalti romani non riscossi. La società unica dei trasporti finì nelle mani di Busitalia-Fs. I crediti non sono stati incassati e i debiti, con enti (anche soci come la Provincia di Perugia) e con le banche, sono ancora in ballo.

La società Gesenu, indicata come il fiore all’occhiello regionale per lo smaltimento dei rifiuti e la raccolta differenziata, con capitale misto privato e pubblico (Comune di Perugia al 45%) sta vivendo, da tempo, diverse traversie.

Dall’interdittiva antimafia, in virtù della partecipazione in diverse società operan- ti in altre aree del Paese, all’inchiesta giudiziaria portata a termine in questi giorni, con provvedimenti pesanti (l’arresto del direttore operativo), imbarazzanti verità e prospettive nere. Con una singolare coincidenza, nei giorni dell’indagine ecco che arriva la stangata della Regione che fa scattare le multe contro gli Ato che differenziano poco; e loro sono pronti a ricorrere al Presidente della Repubblica. Stando ai dati del 2015, nessun Ato ha raggiunto l’obiettivo del 65%. Così i raggruppamenti 1 e 2 hanno ingaggiato un avvocato e presentano l’atto al Quirinale, dato che sono trascorsi i 60 giorni per andare al Tar. Stando alle multe, l’Ato 1 dovrebbe pagare 16.802 euro di sanzione, l’Ato 2 6.619. L’Ato 1 starebbe al 50,5%, l’Ato 2 al 59,1, l’Ato 3 al 44,9 e l’Ato 4 al 40,7. In sostanza, un vero fallimento per la Regione rispetto agli obiettivi fissati, che sarebbero del 60% di differenziata per il secondo semestre 2016, 65 a fine 2017 e 70 dal 2018.

Ma se si dimostrasse, come emergerebbe dall’inchiesta, che i Comuni sono parte lesa? Di fronte alle difficoltà di due società, con rilevante capitale pubblico al loro interno, la politica umbra ha “fatto passare il tempo” (nella migliore delle ipotesi), e non ha voluto o saputo trovare la ricetta per invertire la situazione.

AUTORE: E. Q.