Il Catechismo e le vie per “passare” la fede

ANNO DELLA FEDE. Il 20° anniversario del Catechismo della Chiesa cattolica

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“Norma sicura per l’insegnamento della fede e fonte certa per una catechesi rinnovata”, impostata sul Credo: così Benedetto XVI definisce il Catechismo della Chiesa cattolica. La Radio Vaticana, in occasione dell’Anno della fede, che coincide con il 20° anniversario della pubblicazione del Catechismo, ha appena dato inizio – dal 30 ottobre – a un ciclo di trasmissioni dedicato alla storia e al significato di questo testo fondamentale. Abbiamo intervistato don Salvatore Currò, presidente dell’Associazione italiana catecheti (Aica).

La Chiesa ha il dovere di trasmettere la fede. Ma con quale linguaggio?

“La Chiesa ha il dovere di trasmettere la fede e ha anche la capacità, attestata dalla tradizione, di valorizzare tanti linguaggi e di aprirsi a nuovi linguaggi: dai linguaggi verbali a quelli del corpo, dai linguaggi che parlano più alla mente a quelli che parlano di più ai sensi e al cuore, dal linguaggio dell’arte a quello liturgico e a quelli dei nuovi media, ecc. Non si tratta di prendere una via escludendo le altre; vanno superate le posizioni unilaterali ed esclusiviste. Credo che tali linguaggi vadano valorizzati non come se fossero semplici strumenti per far arrivare meglio il nostro messaggio. Vanno inseriti, piuttosto, in ottiche educative che sanno aiutare l’interiorità, che sanno dare la parola anche all’altro, che sanno educare al silenzio e che sanno mettere nelle condizioni di poter udire una Parola che viene da Dio. Se devo dare una priorità, la darei alla relazione interpersonale e alla sua qualità, alla quale, in certo senso, vanno ricondotti tutti i linguaggi. Credo che, in fondo, la trasmissione della fede passi sempre da un contatto personale. E forse il linguaggio è, prima di tutto, contatto”.

“Il cristiano spesso non conosce neppure il Credo”, è il grido d’allarme lanciato dal Papa. Il Catechismo può essere un modo per superare l’analfabetismo religioso?

“L’analfabetismo religioso è un grave problema, come lo è la difficoltà a percepire che l’atto di fede ha un senso nella vita, anzi si iscrive in un movimento che dà verità alla vita. La questione dei contenuti (della fides quae) e quella dell’atteggiamento di fede (fides qua) sono sempre legate tra loro. Il Catechismo è certamente un richiamo a essere attenti, nell’educazione religiosa, nella catechesi, nelle varie esperienze di evangelizzazione, a far conoscere i contenuti della nostra fede. D’altra parte, la pratica del primo annuncio, che si diffonde sempre di più, è sfidata continuamente a dire l’essenziale della nostra fede. Oggi c’è bisogno di far percepire, da subito, qual è l’essenziale della fede cristiana, e quali sono i contenuti fondamentali. Ciò implica, prima di tutto, una preparazione dei catechisti e degli evangelizzatori. Il Catechismo può aiutare evidentemente, ma non da solo, e tenendo conto che di per sé non è pensato come uno strumento da utilizzare direttamente coi destinatari dell’annuncio. È uno strumento per gli operatori pastorali, prima di tutto, e uno strumento da utilizzare insieme agli altri strumenti del progetto catechistico italiano”.

La Chiesa italiana, con “Educat”, ha scelto di servirsi del digitale per mettere a disposizione il Catechismo della Chiesa cattolica e i Catechismi. È questa la “nuova frontiera” su cui si gioca l’accessibilità e la plausibilità dell’annuncio?

Educat è una bella iniziativa della Chiesa italiana. Può essere di grande aiuto a tutti, penso soprattutto ai catechisti. Essa aiuta, tra l’altro, a cogliere i legami tra i vari Catechismi della Chiesa italiana, a cominciare da quello degli adulti, e il Catechismo della Chiesa cattolica. Aiuta anche a valorizzare in modo giusto il Catechismo, pensandolo in rapporto a tutto il progetto catechistico italiano. È importante oggi superare mentalità settoriali, aiutare sguardi armonici, sinottici. È importante rendersi conto della complessità delle problematiche, comprese quelle della catechesi e dell’evangelizzazione. Educat è un segno che la Chiesa si apre ai nuovi linguaggi, e può aiutare senz’altro lo sforzo di annuncio. Senza sminuire, lo ripeto, tutte le altre vie, a cominciare da quella, che mi sembra via maestra, del contatto personale”.

AUTORE: Maria Michela Nicolais