“Il mondo digitale ci è naturale”

Mass media. I primi frutti del convegno Cei “Testimoni digitali”

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“Capitalizzare l’entusiasmo, la riflessione e l’energia di questi giorni perché tutto ciò possa rifluire nella pastorale quotidiana della comunicazione”. A pochi giorni dalla conclusione del convegno “Testimoni digitali. Volti e linguaggi nell’era crossmediale” (Roma, 22-24 aprile), mons. Domenico Pompili, direttore dell’Ufficio Cei per le comunicazioni sociali, indica questo come obiettivo. “Il bilancio del convegno è positivo – afferma – sia quantitativamente, sia qualitativamente. A livello di partecipazione abbiamo superato ogni più rosea aspettativa con circa 1.400 persone. Complessivamente erano rappresentate 177 diocesi su 226. Dal punto di vista qualitativo va sottolineato il valore delle riflessioni dei diversi relatori e la presenza di giovani, esperti di comunicazione o semplici interessati all’argomento”. Ma, continua il sottosegretario della Cei, “un bilancio del genere è solo a tutt’oggi” perché “ora ciò che interessa è capitalizzare appieno queste giornate”. Mons. Pompili, quali sono le prospettive aperte dal convegno per i prossimi anni? “Il punto fondamentale, per i prossimi anni, sta nell’imparare ad abitare con naturalezza il mondo digitale e a far sì che da esso si ricavino tutte le potenzialità e si attenuino le possibili ambiguità. Dobbiamo imparare a integrare lo stare in Rete con la presenza, cioè a unire l’on line con l’off line. È questa la vera sfida: riuscire a mettere insieme le due dimensioni, che non vanno contrapposte ma integrate”. Nel suo intervento ha utilizzato l’immagine evangelica del “vino nuovo in otri nuovi”. Ma cosa significa essere “otri nuovi” nel Continente digitale? “Otri nuovi significa acquisire alcune competenze. La prima è l’intenzionalità, cioè la consapevolezza di ciò che ci sta a cuore e l’impegno a condividerlo, senza dissimulare la propria identità. Non si può comunicare senza volerlo, lasciando all’eventualità del caso l’emergere delle nostre convinzioni. La seconda competenza è l’interesse, ovvero la capacità di avvicinare il nostro interlocutore. Se manca la disponibilità ad ascoltare chi ci sta di fronte, qualsiasi comunicazione è depotenziata. La terza è l’impegno: occorre imparare i linguaggi e le nuove forme di comunicazione, cioè entrare dentro il mondo per noi cifrato che altri abitano con facilità (pensiamo a ciò che scrivono i giovani su Facebook o su Twitter). Accanto a queste condizioni di partenza c’è, su tutte, una qualità che occorre saper realizzare, ed è la credibilità, che significa rispondere. È credibile, infatti, chi risponde anzitutto di sé, chi pone in prima istanza l’autenticità e l’affidabilità della propria vita. In secondo luogo, è necessario rispondere del contenuto della comunicazione in ordine alla sua comprensibilità, alla capacità di parlare agli uomini e alle donne di oggi. La sfida è di ampia portata. Essa ci chiama ad un linguaggio meno argomentativo ed astratto, in favore di uno più simbolico e poetico che lasci emergere il legame profondo tra la fede e la vita vissuta. Occorre, poi, rispondere della relazione che la comunicazione instaura. L’ultimo tornante della credibilità è rispondere degli effetti della propria azione comunicativa, che significa imparare a pianificare e, poi, a verificare. Non basta solo mettersi in cammino, bisogna anche darsi i tempi per capire cosa si sta comunicando”. Quali dovranno essere le caratteristiche specifiche dell’animatore della cultura e della comunicazione?“Deve essere caratterizzato da intenzionalità, interesse, impegno e credibilità. L’animatore deve essere una persona che, allo stesso tempo, abbia attitudini relazionali e comunicative, ma che soprattutto sia un testimone affidabile e, perciò, credibile. E ciò a ribadire che il nostro approccio non è meramente tecnologico: la tecnica, infatti, non può sostituire la persona”. Durante l’udienza Benedetto XVI ha invitato, tra l’altro, a far “entrare a pieno titolo il mondo della comunicazione sociale nella programmazione pastorale”… “Le parole del Papa sdoganano definitivamente la convinzione che la comunicazione non è un aspetto o un settore, ma è lo sfondo dell’agire pastorale. La comunicazione non viene alla fine – come se fosse una sorta di megafono o di amplificazione di qualcosa che si è deciso altrove – ma è il linguaggio che in qualche modo è chiamato in causa sin dall’inizio dell’annuncio. È decisivo, perciò, fare della comunicazione una dimensione trasversale in cui investire sia con persone, sia con risorse di tipo materiale”. In definitiva, con quale atteggiamento “abitare” – da Chiesa – il nuovo Continente? “La modalità con cui vorremmo stare nel Continente digitale vorrebbe essere la leggerezza, che non significa essere superficiali né tantomeno effimeri. Vuol dire la scioltezza e l’immediatezza che lascia emergere ciò che ci preme. La leggerezza si sposa con la fantasia, che è un concentrato d’intelligenza che fa intuire ciò che non è ancora visibile. La fantasia è allegria; è autonomia perché ci sottrae alla pressione dell’opinione dominante, e ci fa capaci di uno sguardo originale sulla realtà: lo sguardo della fede”. L’udienza. Le parole del Papa ai convegnisti“Cari amici – ha detto il Papa all’udienza con i convegnisti Cei -, anche nella Rete siete chiamati a collocarvi come animatori di comunità, attenti a preparare cammini che conducano alla Parola di Dio, e ad esprimere una particolare sensibilità per quanti sono sfiduciati ed hanno nel cuore desideri di assoluto e di verità non caduche. La Rete potrà così diventare una sorta di ‘portico dei Gentili’, dove fare spazio anche a coloro per i quali Dio è ancora uno sconosciuto”. “Quali animatori della cultura e della comunicazione – ha aggiunto -, voi siete segno vivo di quanto i moderni mezzi di comunicazione siano entrati da tempo a far parte degli strumenti ordinari, attraverso i quali le comunità ecclesiali si esprimono, entrando in contatto con il proprio territorio ed instaurando, molto spesso, forme di dialogo a più vasto raggio”. Ha poi elencato casi concreti: “Le voci, in questo campo, in Italia non mancano: basti qui ricordare il quotidiano Avvenire, l’emittente televisiva Tv2000, il circuito radiofonico inBlu e l’agenzia di stampa Sir, accanto ai periodici cattolici, alla rete capillare dei settimanali diocesani e agli ormai numerosi siti internet di ispirazione cattolica. Esorto tutti i professionisti della comunicazione a non stancarsi di nutrire nel proprio cuore quella sana passione per l’uomo che diventa tensione ad avvicinarsi sempre più ai suoi linguaggi e al suo vero volto. Vi aiuterà in questo una solida preparazione teologica e soprattutto una profonda e gioiosa passione per Dio, alimentata nel continuo dialogo con il Signore”. “Il mondo della comunicazione sociale entri a pieno titolo nella programmazione pastorale – ha quindi concluso. – Mentre vi ringrazio del servizio che rendete alla Chiesa e quindi alla causa dell’uomo, vi esorto a percorrere, animati dal coraggio dello Spirito santo, le strade del Continente digitale. La nostra fiducia non è acriticamente riposta in alcuno strumento della tecnica. La nostra forza sta nell’essere Chiesa, comunità credente, capace di testimoniare a tutti la perenne novità del Risorto, con una vita che fiorisce in pienezza nella misura in cui si apre, entra in relazione, si dona con gratuità”.