Il primo di due

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DON ANGELO fanucciAmabile lettore, prima che abbozzi una doverosa riflessione di fondo su Elio Cecchetti, esemplare unico di uomo stralocchio e generosissimo, lasciami ricordare un paio di aneddoti vissuti con lui.

Estate 1974. Elio arrivò a San Girolamo con il piglio di un bucaniere titolare di un posto fisso tra i Fratelli della Costa. Arrivò proprio mentre io, scrollando la testa, piagnucolavo: “No che non ce la faremo a realizzare l’acquedotto entro l’estate!”, e in autunno sarebbero arrivati altri disabili da Fabriano. “Come fai a dire che non ce la faremo? E io non conto niente?!”. “Elio mio, oltretutto carta canta: la cartina geografica dice che il nostro monte Ansciano è più alto del monte Ingino, sulla cui sommità c’è quel serbatoio di 10.000 quintali di acqua che serve tutto Gubbio… ma non riuscirà mai a servire noi”. Elio innanzitutto mi consigliò, con una certa irruenza, un uso (come dire?) “igienico” delle cartine geografiche in genere e di quella che avevo citato in particolare; poi, con irruenza anche maggiore, mi comunicò che l’appuntamento era per l’indomani a mezzogiorno in cima al monte Ansciano, in compagnia del tecnico comunale, fornito di altimetro.

Il tecnico in questione era l’ing. Franco Sacchetti, il papà di Francesco e di Maria. Sulle prime il mio invito non suscitò sulla sua faccia leggermente arguta qualcosa che somigliasse all’entusiasmo, ma quando cominciai la solita tiritera sulla necessità di acqua corrente per soggetti disabili che le abluzioni le fanno (devono farle) in quantità industriale… “Va bene, vengo!”. In quella famiglia arrendersi al bene era un vizio inveterato, e tuttora è gelosamente custodito.

Mezzogiorno di luce abbagliante. In cima al monte Ansciano, io col fiatone, l’ingegnere con il fiatone e l’altimetro appeso al collo, Elio vispo come un grillo.

L’ingegnere batté un paio di tasti. “Niente da fare: siamo più alti del monte di sant’Ubaldo!”. Elio si mise in ginocchio e traguardò verso sant’Ubaldo con l’occhio buono (l’occhio “catìo” glielo aveva messo fuori uso una “mina” nella sua cava di Mocaiana): “Semo più bassi!”. L’ingegnere si strinse nelle spalle. “Ingegnere, butti via quel coso! Seeemooo più baaassiiii!”, e senza dire parola, Elio si precipitò a scapicollo verso la conca di Coppo, dove l’aspettava un nipote che s’era portato dietro. Ne risalì una ventina di minuti dopo, con in mano l’estremità di un tubo di gomma: l’altro capo l’aveva collegato alla presa d’acqua che arrivava a Coppo dal conservone di Sant’Ubaldo. “Peeeppeee, aaapriii!”.

Uno schizzo d’acqua limpida si protese verso il cielo limpido, ma subito dopo Elio lo indirizzò verso di noi, e ci infradiciò per dieci minuti buoni, emettendo suoni gutturali e saltabeccando come un coribante. L’ingegnere sorrideva, felice e fradicio come un dio del mare risuscitato dalla generosità senza confini di un uomo senza mezzi termini.

AUTORE: Angelo M. Fanucci