Impedire la benedizione nelle scuole. Perché?

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A quanto mi risulta, il direttore dell’ottavo circolo didattico di Perugia ha ordinato alle scuole elementari di sua competenza di non procedere alla benedizione pasquale alla presenza degli alunni, per rispetto di alcuni bambini non cattolici presenti. Semmai avrebbe consentito al sacerdote di benedire le aule a scuola vuota. Il direttore ha pensato in buona fede di fare una scelta “moderna” anzi “progressista” secondo il principio della tolleranza in modo da evitare che bambini non cattolici si sentano offesi o emarginati rispetto ad un rito che non sono in grado di comprendere e tanto meno di condividere. Invitiamo i lettori a riflettere su questa iniziativa del direttore didattico perché non è unica, e non isolata rispetto ad altre prese di posizione analoghe, in cui si tende ad eliminare ogni espressione cattolica nelle sedi pubbliche.

Ora, ci sembra che tale preoccupazione da parte di persone che, tra l’altro, spesso sono o si dicono cattoliche, sia eccessiva e fuori luogo e persino ridicola, in quanto non c’è nessuna offesa per nessuno e nessuna costrizione, potendo i ragazzi non cattolici essere liberi di assistere, se vogliono, per conoscere le nostre tradizioni, e quindi la nostra cultura, oppure non assistere ed essere momentaneamente trasferiti in un luogo attiguo (la benedizione in una classe dura un quarto d’ora). Non ci risulta minimamente che le famiglie islamiche che hanno i loro figli nelle scuole pubbliche abbiano fatto richieste simili, anzi, qualcuno di loro ha espresso l’opinione che questi provvedimenti li danneggiano perché veicolano un giudizio negativo nei loro confronti. Sarà pur vero che qualcuno di loro abbia una fede integralista e disprezzi la nostra realtà religiosa e civile, ma non sono la generalità. C’è da dire inoltre che scelte simili a quella del direttore vanno contro la cultura della convivenza e dell’integrazione che si basa sul rispetto di tutti a cominciare dal rispetto di coloro che rappresentano la maggioranza in senso quantitativo e la cui storia copre tutti i secoli passati. Non è nazionalismo, né trionfalismo, ma solo adeguamento dell’intelligenza alla realtà storica che l’Italia e l’Umbria rappresentano.

Offrire a coloro che vengono da fuori e non ci conoscono tratti caratteristici della nostra vita è anche una forma di rispetto e un’offerta di integrazione effettiva nel senso che si dà loro la possibilità di entrare dentro la nostra società senza richiedere loro atti di fede o di adesione né materiale né formale. Se poi al fondo della disposizione del direttore ci fosse un senso di vergogna o di disprezzo per le nostre tradizioni bisognerebbe forse ricordare che non abbiamo niente di cui vergognarci se non delle nostre trasgressioni, comuni del resto a tutti i popoli. Non c’è nulla al mondo che si possa anteporre a Cristo, alla sua persona e alla sua parola. Chi non ha capito questo, almeno sul piano storico culturale, offende anche l’Islam che afferma essere Gesù il più santo dei profeti. Certo, nel provvedimento del direttore non sono incluse tutte queste connotazioni. Il discorso ci porta lontano e si potrebbe andare anche oltre. Ma non sarà inutile averlo accennato per quei credenti e laici italiani che in nome del rispetto per gli altri, in modo autolesionistico e senza fondate motivazioni, hanno perduto o stanno perdendo il rispetto per se stessi.

AUTORE: Elio Bromuri