La politica italiana e il problema della scuola: anno zero

L'OPINIONE

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L’unica cosa che non manca quando si propongono bilanci di fine anno è la gamma delle scelte possibili riguardo agli argomenti da trattare. Quindi piuttosto che un elenco senza fine conviene forse soffermarsi su un solo argomento. Lo scelgo ricordando alcuni dei contenuti più importanti anche del magistero di Giovanni Paolo II: l’idea che oggi la conoscenza sia l’elemento essenziale nelle nostre società, quello attraverso cui passa l’affermazione e la tutela della dignità della persona in un tempo in cui la risorsa decisiva, in tutti i campi, diventa sempre di più il sapere nelle sue varie forme. Se accettiamo questo punto di partenza, non possono non derivarne considerazioni alquanto tristi sulla situazione del nostro paese. C’è innanzitutto l’endemica indifferenza della classe politica per questo problema, indifferenza che è una costante indipendentemente dal variare delle coalizioni di governo. Stiamo sperimentando, per esempio, una riforma dell’Università, varata da un governo di centro-sinistra (ministro Berlinguer), che un governo di centro-destra ha potuto ereditare senza cambiare nulla di essenziale e che (questo è il punto) rischia di svilire per decenni il ruolo e la qualità della formazione universitaria, trasformando ancor di più gli Atenei in esamifici fondati su criteri contabili (i tristemente famosi crediti) che non tengono conto, di fatto, della vocazione non solo didattica ma di ricerca dell’Università. E la ricerca non viene penalizzata solo dalla sproporzione, cui la riforma obbliga, tra ricerca e didattica, ma soprattutto dalla progressiva, inarrestabile riduzione delle risorse economiche destinate alla scuola in generale e all’Università in particolare. Un governo che enfatizza la sua capacità di fare i conti con i dati reali e non solo con i programmi verbosi, dei quali accusa la sinistra (giustamente?), dovrebbe sapere, come ovviamente sa, che senza risorse finanziarie la ricerca e la didattica non possono competere, a livello europeo e mondiale, con gli altri paesi industrializzati. Ma sembra che tutto questo lasci indifferenti i più diretti responsabili, i quali (vedi recente intervista televisiva del ministro Tremonti) ci assicurano che il governo si sta preoccupando del problema, tanto che ha sgravato dal punto di vista fiscale le borse di studio e ha previsto una quota di finanziamenti per la ricerca sul cancro: obiettivo, quest’ultimo, meritorio naturalmente, ma cosa ha a che fare un provvedimento del genere con una politica universitaria organica. Questa implicherebbe anche provvedimenti per l’edilizia scolastica, le strutture, i laboratori, le biblioteche, e così via: e invece da decenni chi gira un po’ (come capita anche a chi scrive) per le scuole e le università italiane vede, di norma, edifici fatiscenti (e qui basta una memoria non lunga per ricordare eventi che dalla quotidianità sfociano nella tragedia), aule sbrecciate, banchi ereditati dei tempi di Cuore, lavagne al posto di computer, ecc., ecc.. E guarda in faccia docenti demotivati, con stipendi largamente inferiori alla media europea (e comunque, prescindendo anche da raffronti, indegni), non in grado di tenere il passo con la concorrenza di una pseudo-cultura spazzatura che viene offerta da mass-media incrementati da budget stratosferici e da attenzioni politiche di cui la formazione seria non ha mai goduto. Proviamo a porre la questione in modo forse (anzi sicuramente) banale: c’è una giustificazione morale accettabile per il divario abissale che esiste oggi tra i palazzi, le strutture, le risorse, gli stipendi, che caratterizzano i luoghi del potere mass-mediatico, da un lato, e la situazione miserevole in cui versano quotidiamente i luoghi della formazione e dell’educazione scolastica, dall’altro? E possiamo accettare inoltre che le grandi potenzialità contenute nei mezzi di comunicazione di massa vadano depauperate e disperse in programmazioni nelle quali lo spazio per una autentica informazione culturale, a tutti i livelli, è ridotto quasi a zero? Fino a che punto possiamo, come singoli e come società civile, sopportare a lungo gli oneri negativi che ciò trascina con sé? L’imbarbarimento del livello culturale, la distorsione dei modelli di riferimento che i giovani hanno di fronte, lo spreco di risorse umane e materiali. La domanda quindi è: la classe politica ha la volontà e la capacità di assumere questo come obiettivo qualificante per il paese? E’ consapevole che qui si gioca una partita decisiva per il futuro dell’Italia in Europa e per la conservazione dell’identità culturale della nostra società, che è messa a rischio molto più dalle carenze ricordate che dalla concorrenza delle culture di cui sono portatori gli immigrati? Capiscono i nostri governanti attuali le conseguenze di una così forte dimissione di responsabilità della politica dai problemi della scuola pubblica, che sono prioritari rispetto a ogni altro, pur legittimo, obiettivo (scuola privata compresa)? Capiscono a loro volta però anche le forze di opposizione che il rischio che la vera ricerca e formazione qualificate si spostino verso la scuola e gli enti privati è una delle conseguenze di quella sottovalutazione del problema scuola-università-ricerca che è stato già un loro peccato gravissimo quando erano al governo? Ci dicono che in un sussulto di eticità e di serietà, in parte condiviso anche dall’opposizione, è stata vietata un’intervista televisiva con Monica Levinski: tranquilli, la grande “riforma intellettuale e morale” è cominciata!

AUTORE: Roberto Gatti