La sentenza della Corte conferma una deriva morale

Caso Englaro

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È così diventato definitivo il decreto della corte di Appello di Milano che autorizza a sospendere l’alimentazione artificiale, che tiene in vita Eluana Englaro. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura di Milano contro il provvedimento del luglio scorso. Le Sezioni unite civili della Cassazione, in pratica, hanno ritenuto che la Procura generale di Milano non poteva impugnare la decisione con cui era stata autorizzata la sospensione dell’alimentazione artificiale che tiene in vita Eluana. Sia ben chiaro: si tratta solo della conferma di una precedente decisione. Questo per dire che la questione, ultimamente, era divenuta oggetto della valutazione dei più alti esperti del diritto e delle leggi. Non sembra che questo sia un segnale di benessere sociale e di maturità diffusa. Quando, in materia di vita, si ricorre al legislatore, significa che è venuto meno il consenso morale su alcuni punti, proprio come quello del rispetto incondizionato alla persona. Significa che, purtroppo, si è offuscato il valore fondamentale che la vita va ragionevolmente sostenuta, al di là delle condizioni, nelle quali verte. ‘Ragionevolmente sostenuta’ significa cercare con fatica l’equilibrio tra due eccessi opposti: il vitalismo, cioè il tenere in vita a tutti i costi, e l’eutanasia, il porre fine ad un’esistenza. Significa accettare – di questo, pochi parlano – che gli enormi progressi nella medicina permettono di assistere per anni persone che in passato sarebbero diversamente morte, o che non si sarebbe potuto assisterle senza sofferenze. Naturalmente l’assistenza non è l’accanimento terapeutico. È prendersi in carico i pazienti con i mezzi oggi a disposizione: idratazione, alimentazione, ventilazione, fisioterapia, cura del corpo, attività di comunicazione. Ora, se la scienza ha tanto progredito, non altrettanto ha fatto la coscienza morale; così l’uomo è estremamente tecnico e poco filosofo: molto incline a fare e poco a contemplare. Eppure, davanti a un paziente in rianimazione non deve venire meno lo sguardo che vede in lui/lei un fratello o una sorella da onorare con i mezzi oggi a disposizione, anche se colpiscono per la loro apparente invadenza. Ma anche quegli strumenti sono una testimonianza di onore per la persona: essa viene assistita con il meglio a disposizione. Sempre superabile, ma il meglio a disposizione. Se viene meno lo sguardo contemplativo, la persona perde il suo significato di valore in sé e, quindi, di indisponibilità e si finisce per affermare che ha valore per qualcosa d’altro. Un uomo e una donna nel pieno della loro attività sarebbero, allora, un valore per le attività che svolgono e, anche, per la famiglia; ma una volta invecchiati o resi improvvisamente invalidi, per chi avrebbero ancora valore? Se viene meno lo sguardo contemplativo, non si comprende più la finalità stessa dell’esistenza, non si capisce più il valore spirituale e trascendente della vita. Si abbassa la meta: si vivrebbe per fare esperienze: relazioni, attività, viaggi, piacere, realizzazioni. Se una persona non può provare queste cose, che cosa vive a fare? Questa mentalità, che non è di un giorno, ha piegato la verità delle cose e ha fatto a dire a molti autentiche menzogne: l’alimentazione, l’idratazione, la ventilazione sarebbero terapie o cure. Considerate così, non svolgerebbero il loro compito perché il paziente non guarisce; e, allora, se non funzionano è giusto che siano sospese. Come nel caso del fallimento di una qualsiasi medicina. No! Sono atti dovuti non solo ai malati, ma a tutti i cittadini, secondo una solidarietà umana globale, che non distingue le persone né per razza, né per condizione di salute. Per questo motivo, la loro sospensione ha solo un nome: eutanasia. La decisione dei giudici su Eluana è come la conferma di una deriva morale, ma, purtroppo, ora è anche la sanzione della sua cittadinanza nel nostro Paese. Si vedono facilmente gli orrori delle sue future applicazioni.La via d’uscita è, forse, quella di riappropriarsi dello ‘scandalo’ del soffrire e della malattia; sì, in una società dove il benessere esercita un potere così forte da distinguere tra quale vita meriti di essere vissuta e quale no, occorre impegnarsi per una svolta culturale, che, per esempio, apprezzando i progressi della tecnica applicata in campo medico, li consideri come utili strumenti al servizio dell’uomo nella sua dimensione fisica e spirituale.Ci vorrà tempo. Allora, è urgente che il Parlamento giunga ad una legge che, salvaguardando la vita delle persone in situazioni delicate, escluda che chiunque possa morire per fame o per sete.

AUTORE: Marco Doldi