L’arcivescovo Renato Boccardo racconta in una Lettera i giorni trascorsi in ospedale

In prossimità della terza Domenica di Avvento (13 dicembre 2020), chiamata della gioia, l’arcivescovo di Spoleto-Norcia e presidente della Conferenza episcopale umbra mons. Renato Boccardo, su sollecitazione di una sua coppia di amici, Chiara e Sandro, racconta i giorni trascorsi al policlinico universitario “A. Gemelli” di Roma per curare la polmonite bilaterale interstiziale causata dalla positività al Coronavirus.

Il testo completo della lettera è consultabile nel sito della diocesi: www.spoletonorcia.it.

Alcuni passaggi della Lettera

Catapultato in una situazione nuova, fatta di sofferenza.Non ero preparato – scrive il Presule – ad affrontare un tempo speciale come questo, inatteso e imprevisto, e mi sono trovato come catapultato, da un giorno all’altro, in una situazione nuova, fatta di solitudine, di lunghi silenzi, di riflessioni articolate, di tempi prolungati di ascolto della Parola di Dio e di preghiera. E anche di un po’ di sofferenza (l’aiuto dell’ossigeno per la respirazione è stato prezioso…). Il primo pensiero che mi ha accompagnato è stato quello di condividere con tanti miei diocesani l’esperienza della malattia e della precarietà: ho pensato a tutti coloro che si trovano in un letto di ospedale, ai loro famigliari lontani, a quanti li curano con dedizione e competenza, a quanti affrontano il passaggio vitale della morte soli con se stessi senza il conforto di una presenza e di una mano amica”.

Rileggere il cammino della vita. Nelle lunghe ore passate sdraiato sul letto in compagnia della maschera ad ossigeno – scrive l’Arcivescovo – ho potuto rileggere con calma il cammino della mia vita, ormai non breve. Più volte, specialmente durante gli esercizi spirituali annuali, ho affrontato questo percorso, ma mai mi era successo di poterlo fare (o forse non ne ero stato capace) con tanta calma, dettagli e profondità. E così sono partito dagli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, con il ricordo vivo e riconoscente dei miei genitori e dei miei nonni che sono stati per me la prima, immediata e più bella rappresentazione dell’amore gratuito e fedele di Dio.

E poi gli anni della formazione, con delle splendide figure di preti, di laici e di vescovi che hanno lasciato un segno indelebile nella mia vita e che, con il loro esempio e la loro parola, mi hanno insegnato a fare il prete. Sono venuti quindi gli anni del ministero sacerdotale ed episcopale, nei quali ho vissuto esperienze uniche ed ho scoperto la bellezza e la vitalità della Chiesa universale nel servizio alla Sede apostolica, soprattutto all’ombra e alla scuola di quel grande Pontefice che fu san Giovanni Paolo II. E infine gli ormai 11 anni a Spoleto-Norcia, in questa Chiesa diocesana che il Signore mi ha dato perché le sia padre e guida, servitore e custode».

Con la preghiera nelle strade, nelle comunità e nelle case della diocesi. “Nel silenzio e nella solitudine – dice il Presule – ho avuto abbondantemente il tempo di percorrere con il pensiero e con i grani del Rosario tutte le strade della diocesi, compiendo un autentico ‘pellegrinaggio’ alle diverse comunità, quasi una visita pastorale virtuale. Sono entrato anzitutto nelle case dei miei preti, immaginando i loro momenti di solitudine e di fatica, ma anche di dialogo silenzioso e fecondo con il Signore e di presenza amica presso la gente. Ho bussato idealmente all’uscio di tutte le famiglie, condividendo la fragilità di questo tempo sconnesso e la trepidazione per la sicurezza economica e lavorativa o la disperazione per il lavoro minacciato o perduto; mi sono accostato con affetto alle persone anziane e sole, ricche di ricordi e forse povere di relazioni; ho rincorso i giovani, sempre più estranei e assenti dalle nostre parrocchie; ho provato ad immedesimarmi nelle varie situazioni di vita della mia gente, facendomene carico in qualche modo ed intercedendo per tutti la pace e la benedizione di Dio”.

Il pensiero della morte. “L’esercizio del ‘contare i giorni’ mi ha condotto inevitabilmente anche al pensiero del termine naturale della mia vita terrena: quando e come sarà il momento della mia morte? Lo affido alla imperscrutabile sapienza del Signore e alla sua infinita misericordia. Mi piacerebbe però, se così è nei piani della Provvidenza, di esperimentare ancora in quei momenti la stessa intensità di affetto ed amicizia ricevuta in questi giorni… E mi piacerebbe che di me rimanesse – ben aldilà di qualche insegnamento e di qualche progetto e realizzazione pastorale e materiale – il ricordo di qualche bene compiuto. Posso affermare – con timore e tremore – di aver avuto una vita bella, piena e luminosa, con tante carezze immeritate e tante piccole croci che mi hanno educato e fatto crescere. Ecco, non vorrei sprecare questo patrimonio, e metterlo ancora a frutto per il tempo che mi rimane. Risulta difficile, e sarebbe probabilmente presuntuoso, stilare programmi per un futuro anche immediato. Non so e non sappiamo quale strada intraprendere, sollecitati da un passato che sembrava darci sicurezza (che cosa è rimasto?) e da un futuro che vorremmo illuderci di gestire per farlo a nostra immagine e somiglianza».

LASCIA UN COMMENTO