L’incredibile della solidarietà

Gli orfani del Kosovo mandano aiuti all'Abruzzo

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I bambini abruzzesi non penserebbero mai che, al di là dell’Adriatico, nel Kosovo disastrato, c’è un gruppo di orfani che quest’anno rinuncerà a parte dei pochi aiuti che riceve per mandarli a loro. Siamo a Klina, piccola città a metà strada fra la capitale Pristina e Pec, dove si trovano i militari del contingente italiano, che ha responsabilità sulla parte occidentale del Paese. Vivono qui i 35 piccoli accolti da Massimo Mazzali, sua moglie Cristina e gli altri volontari della Caritas umbra. Da ormai dieci anni si danno corpo e anima per aiutare chi è uscito vivo dalla guerra, senza distinzioni etniche. Quando hanno visto in tv quei loro coetanei senza più casa hanno detto a Massimo: ‘Quest’anno i soldi che ci mandano i carabinieri diamoli a loro, servono più che a noi’. Già, perché oltre alla Chiesa umbra, la casa di accoglienza di Klina può contare solo su chi, toccato con mano il dramma di quella realtà, ha deciso di dare una mano; come i carabinieri dell’Umbria che ‘sono venuti qui e sono rimasti colpiti: ora ogni anno organizzano un torneo di calcio e ci mandano il ricavato’, spiega Massimo. Poche migliaia di euro, ma fondamentali per loro. Il gesto spontaneo di aiutare i piccoli abruzzesi va a chiudere un cerchio iniziato dal sisma che colpì Umbria e Marche. Il piccolo miracolo di solidarietà che è la casa di accoglienza di Klina è sbocciato infatti come un fiore dalla rete nata per soccorrere le vittime di quel terremoto. ‘Era il 1998, la nostra regione era in piena emergenza ‘ racconta Massimo -, io e tanti altri ragazzi davamo una mano a Nocera Umbra. Monsignor Fontana ci disse che avevano iniziato a bombardare il Kosovo e un suo amico vescovo in Macedonia gli aveva chiesto aiuto per le migliaia di profughi in fuga dalla guerra’. Detto, fatto: 12 giovani partirono a bordo di un paio di furgoni e si trovarono catapultati nel dramma. ‘Siamo riusciti a mandare 200 persone ospiti delle famiglie umbre, 60 giovani hanno potuto studiare all’Università per Stranieri di Perugia’. All’apertura dei confini, nel giugno ’99, i ragazzi della Caritas sono entrati in Kosovo. ‘Siamo stati i primi insieme con i militari della brigata Garibaldi. A Klina siamo arrivati sbagliando strada, c’erano ancora i serbi che ci hanno sparato addosso’. Per nulla intimoriti, Massimo, la sua futura moglie Cristina e gli altri si sono rimboccati le maniche e, sostenuti dai fondi dell’8 per mille, hanno iniziato a ricostruire le case a chi era stato costretto a fuggire. ‘Questi occhi ‘ spiega Massimo ‘ hanno dovuto vedere le fosse comuni, corpi appesi come bestie al macello. Non abbiamo mangiato per tre giorni, poi ci siamo messi a lavorare a testa bassa. Abbiamo tirato su 400 case, 2 scuole e 2 ambulatori mattone su mattone, abbiamo riunito le famiglie. Poi abbiamo trovato questi casi di dolore assoluto e per loro è nata la casa-famiglia’. Le storie fanno venire i brividi. Come quella della donna con sette figlie femmine, incapace di dare un maschio a suo marito e per questo abbandonata a se stessa, o quella di Dea, sei mesi, un piccolo fiore nato prematuro e lasciato dalla mamma in ospedale perché non aveva i soldi per tornare a prenderla a Pristina. A Massimo l’hanno portata i parenti: a 4 mesi pesava appena due chili con il corpicino flagellato da piaghe da decubito. ‘Lei e gli altri sono la mia famiglia ‘ dice Massimo ‘ e insieme a loro stanno crescendo i miei tre figli’. Con Cristina sono andati a far nascere il terzogenito Lorenzo a Castiglion del Lago, tre mesi fa. Da una costola della casa famiglia è sorta di recente la cooperativa agricola Csz che dà lavoro e distribuisce la farina prodotta alle vedove di guerra. La solidarietà non ha colori politici e non fa distinzioni etniche.

AUTORE: Ivano Porfiri