Lottiamo perché il Congo si alzi in piedi

Antonio Piasini, da trent'anni in Africa, (venti in Congo), racconta l'attività svolta in questi anni per l'evangelizzazione e la promozione umana del popolo congolese

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Noi amiamo l’Africa e gli africani e lottiamo e continueremo a lottare perché questo paese si alzi in piedi, anche se siamo solo una goccia nel mare”. Profonde motivazioni ed una forte spiritualità traspaiono dalle parole di Antonio Piasini e muovono i 90 missionari comboniani che come lui, ogni giorno, si adoperano per l’edificazione di un popolo, quello congolese. Antonio ha 59 anni e proviene dalla Valtellina. Ha ricevuto la sua ordinazione sacerdotale trentotto anni fa e da trenta è in Africa. Da venticinque nella città di Bondo, che conta circa 40.000 abitanti e si trova nella zona a nord della Repubblica Democratica. In questi giorni Piasini è in Italia. È rientrato dopo tre anni di lontananza per controlli medici e per portare avanti il suo lavoro. Incontra i benefattori ai quali mostra le fotografie dei lavori eseguiti grazie anche alla loro generosità e documenta verbalmente tutto quanto è stato fatto. I benefattori acquistano così la consapevolezza di aver contribuito realmente a qualcosa di concreto. È passato anche a Perugia, in visita ad alcuni familiari e per l’occasione ci ha raccontato la sua esperienza. Collaborano con lui Claudino Ferreira Gomes, comboniano originario del Portogallo, di 58 anni e Jean Paul Etumba, congolese, che ne ha 45. Il loro lavoro si svolge su due piani egualmente importanti: l’evangelizzazione e la promozione umana. Curano, cioè, al tempo stesso l’aspetto spirituale e le condizioni di vita poiché, spiega Piasini, ‘predicare il Vangelo a chi ha la pancia vuota non viene mica bene!’. L’evangelizzazione nasce dalla programmazione con il vescovo, un congolese del sud, mons. Nkiere Kena e la Chiesa locale. Egli ha un suo motto: ‘La fraternità o la morte’ che è poi radice della fede che si vuole trasferire e ne è la modalità stessa. Oggi, infatti, in Africa, il messaggio della Risurrezione viene portato ai pagani e ai molti cristiani abbandonati per motivi di guerra o a causa delle strade impraticabili e quindi da rievangelizzare attraverso la testimonianza della fraternità, che si traduce nel reciproco rispetto delle diverse identità. I missionari comboniani sono degli itineranti come Paolo e Barnaba. Partono in équipe e raggiungono le quattordici parrocchie nelle quali è divisa la città di Bondo per la formazione dei catechisti. A questo genere di corsi ci si dedica durante la stagione secca (da Natale fino ai primi di aprile). Gli appuntamenti sono settimanali e vengono pubblicizzati con i volantini. Quest’anno si è molto lavorato sui fondamenti della vita cristiana. Il resto della gente ascolta la Parola di Dio la domenica. In molte situazioni la Chiesa si sostituisce allo Stato, non certo per defraudarlo della sua autorità ma per sopperirne le mancanze. In Africa non esiste alcuna politica sociale statale. ‘Noi missionari costruiamo strade e ponti per comunicare con la gente’ afferma Antonio. Nel corso degli ultimi quindici anni sono stati costruiti 40 ponti romani in pietra. In questo momento se ne sta realizzando uno di 150 mt di lunghezza e 5 di larghezza per un totale di 17 arcate. I soli mezzi a disposizione: due camion e due trattori, oltre alle proprie forze naturalmente. La diocesi paga gli operai specializzati 2 euro al giorno e i manovali 1 euro, secondo le tariffe statali vigenti. Essi sono impiegati anche nella riparazione di edifici come scuole ed ospedali. C’è una commissione allo sviluppo di cui fanno parte il prefetto, il capo tribù degli Azande, alcuni consiglieri tecnici, tra cui Antonio, che ogni domenica si riunisce e decide quali siano le opere più urgenti da realizzare, che trovano subito compimento. Si lavora. Si lavora con impegno per sollevare gli africani, perché imparino a camminare sulle proprie gambe.

AUTORE: Chiara Bonomi